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Le immagini della memoria: il bambino di Varsavia

di Silvia Bosio

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Il Bambino di Varsavia

In occasione della Giornata della Memoria, vorrei presentarvi un interessante saggio con il quale Frédric Rousseau, docente di storia contemporanea all’Università di Montpellier, ci introduce al controverso dibattito sull’uso e sull’abuso delle immagini nella ricerca storica. Il bambino di Varsavia, infatti, analizza la storia della famosa fotografia del bambino del ghetto di Varsavia. Rousseau, partendo dall’idea che “guardare un’immagine equivale ad interrogare diversi presenti”, ripercorre i fatti storici che coinvolgono la fotografia, ricostruendo anche la rete di relazioni politiche e culturali che ne decretano prima la fama, poi addirittura l’ascesa al ruolo di icona e infine lo sfruttamento mediatico massivo.

Il libro inizia con unaStroop Report 2/4 Record Group 038 United States Counsel for the Prosecution of Axis Criminality; United States Exhibits, 1933-46 HMS Asset Id: HF1-88454435 ReDiscovery Number: 06315 ricostruzione dettagliata (ma non pedante) dello scatto. La fotografia faceva parte del rapporto intitolato Non esiste più un quartiere ebraico a Varsavia che il generale delle SS Jürgen Stroop inviò ai superiori dopo la distruzione del ghetto di Varsavia nel maggio 1943. Durante questa feroce operazione, i nazisti si trovarono di fronte ad una resistenza passiva (ebrei che si rifiutarono di lasciare le proprie case o si rifugiarono in bunker sotterranei) e una resistenza armata. La sezione fotografica del rapporto (oltre cinquanta scatti) testimonia appunto i rastrellamenti, ma anche le battaglie, gli incendi, gli arresti degli insorti e i pochi residui di edifici rimasti in piedi dopo la liquidazione definitiva. Nella fotografia originale di cui parliamo, si vede una fila di cStroop_Report_-_Warsaw_Ghetto_Uprising_08ivili (soprattutto donne e bambini) che abbandonano un edificio con le mani alzate, sotto la minaccia di quattro SS armate. Il bambino occupa più o meno il centro e spicca perché è leggermente separato dal resto del gruppo. Lo sguardo terrorizzato rivolto in avanti, le mani alzate, lo zaino in spalla e il cappotto troppo grande che gli copre parte delle gambe magre. Alla sua destra una donna, probabilmente la madre, con la testa rivolta all’indietro, come per controllare con ansia le intenzioni della guardia che ha il fucile puntato proprio in direzione del piccolo. La didascalia recitava: Estratti a forza dai bunker. Nella delirante ottica nazista, questa immagine ufficiale non si focalizzava su vittime innocenti, ma celebrava le SS e il loro comandante trionfanti sulla massa di “rivoltosi”.

Quando uno degli esemplari del rapporto finì tra le prove del Processo di Norimberga, vennero selezionate diciotto fotografie da mostrare ai giudici come ulteriore prove a conferma della parte scritta. Tra queste c’era la foto del bambino. In un contesto di tipo giuridico, però, non aveva ancora una sua autonomia, ma serviva semplicemente a testimoniare l’evacuazione di civili disarmati sotto la minaccia nazista. Dalla fine del processo fino agli Anni SessantaL'étoile jaune la fotografia appare sporadicamente, senza ancora imporsi come immagine cult. Secondo Rousseau, tale momentanea eclissi trova ragione in una serie di “chiavistelli mentali” di tipo politico. Infatti, nella Francia degaulliana, ma anche negli USA e nel neonato e turbolento Stato di Israele, si tende da una parte a celebrare gli eroi della resistenza armata e dall’altra a ostracizzare le vittime e i sopravvissuti per la loro presunta colpevole passività. In un clima di questa portata, sono le immagini di lotta ad avere il sopravvento. Tuttavia, un po’ per volta, i mutamenti politici e culturali contribuiscono al recupero dell’immagine del bambino che soppianterà l’“eroe” diventando il nuovo referente iconico non solo dell’episodio di Varsavia, ma addirittura di tutta la Shoah. Una delle prime svolte si ha con il libro di Gerhard Schoenberner La stella gialla (1960), nel quale la foto del bambino appare ingrandita e ritagliata. Il piSamuel Bakccolo, che acquisirà la copertina nell’edizione del 1968, entra nella memoria collettiva andando a smuovere le corde emotive dei lettori. A ciò va aggiunto che il libro, attraverso il testo e uno studiato montaggio di immagini, ribalta la visione resistenzialista introducendo la tesi che tutti gli ebrei del ghetto furono dei resistenti perché la loro stessa sopravvivenza costituiva una sfida ai nazisti. La riabilitazione delle vittime è iniziata e l’immagine isolata e ingigantita del bambino invade libri, documentari, riviste, quadri, manuali di storia e apparati musealiPur non essendo sempre collegata allo specifico fatto storico del ghetto di Varsavia, è comunque “illustrazione metonimica” (o icona che dir si voglia) della Shoah, di cui l’episodio del ghetto fa parte.

Purtroppo, a partire dagli Anni Settanta e Ottanta, l’immagine ha subito un vero e proprio sradicamento dal suo corretto contesto storico; è stata riprodotta e sfruttata in episodi che non hanno nulla a che fare con il genocidio degli ebrei da parte dei nazisti. Pochi significativi esempi tra i tanti citati nel libro: nel 1996 un gruppo rock francese la usa come copertina di un album (Europe et haines) che parla della situazione in Ex-Iugoslavia; Europe et hainesdagli Anni Settanta in poi viene ripresa per denunciare le stragi di bambini nel conflitto arabo-israeliano; nel 1999 viene addirittura accostata alla foto di un bambino cubano giunto clandestinamente negli USA e strappato con violenza ai parenti dall’autorità per essere riportato in patria dal padre su ordine dei giudici… Insomma, la fotografia in questione ha perso progressivamente il suo valore storico per diventare rappresentazione di una specie di “vittima universale”, facile preda di strumentalizzazioni politiche grazie all’effetto retorico che ha finito per ottenere.

C’è dunque da chiedersi se forse non abbiamo sovraesposto quest’immagine perdendone il senso autentico. Forse l’abbiamo privata delle coordinate storico-geografiche necessarie a renderla documento capace di parlarci di fatti, oltre che di suscitare una (spesso troppo superficiale) catarsi emotiva. Per usare le parole dello stesso Rousseau: «L’immagine del bambino è talmente imperiosa che impone a chiunque un arresto del pensiero: a ogni sua esposizione è d’obbligo e autorizzata soltanto la compassione, una compassione troppo loquace e tuttavia muta, diventata un riflesso privo di riflessione, senza cultura, senza memoria, una sorta di rinuncia a decifrare il mondo in termini politici. Questo primato dell’emozione sul pensiero non mina i fondamenti stessi delle democrazie?» (F. Rousseau, Il bambino di Varsavia, Editori Laterza, 2014, p.152).

In una società perennemente bombardata da immagini e notizie più o meno distorte, la storia di questa fotografia mi sembra un buon invito a riflettere sull’urgente necessità di recuperare la nostra capacità critica per tentare di decifrare il mondo in cui viviamo.

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