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Integrazione e multiculturalità: è il momento di comunicare meglio?

di Alessandra Modica

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immagine1Parlare di politiche pubbliche per l’integrazione degli immigrati oggi non è affatto semplice, né comune. Perché la questione è sfaccettata, perché inevitabilmente si deve prendere una posizione rischiando di scontentare qualcuno, perché è molto più semplice parlare di politiche migratorie e gestione dei flussi.

Eppure ieri qualcuno ci ha provato: il gruppo Fratelli d’Italia del Consiglio Regionale della Toscana ha dichiarato che dalla prossima settimana diffonderà un volantino dedicato agli stranieri che vogliono vivere in Italia, per dar loro qualche consiglio sulle usanze del nostro Paese.

 

Vademecum Fdi su immigrati

Al di là del contenuto, sicuramente criticabile in molti punti, e del rischio che la diffusione incontrollata di un volantino come questo possa incentivare il razzismo e la diffusione degli stereotipi, c’è un’idea alla base che forse potrebbe essere sfruttata in maniera positiva: la volontà di rendere noto agli italiani quello che quotidianamente viene fatto per permettere agli stranieri di vivere bene nel nostro Paese.

Troppo spesso si parla di repressione, di episodi di cattiva integrazione…e quasi mai (se non in ambienti specializzati) degli effetti positivi delle politiche pubbliche per l’integrazione degli immigrati sugli autoctoni.

Giusto per fare qualche esempio: esistono moltissimi corsi di italiano per stranieri, finanziati dall’Unione Europea, dal Ministero degli Interni, autogestiti da piccole associazioni e cooperative, portati avanti nelle scuole. Potrebbe aiutare a sconfiggere il razzismo latente diffondere i dati su questi corsi, e soprattutto spiegare perché è fondamentale per gli italiani che gli stranieri parlino e comprendano la nostra lingua? Forse sì.

E ancora: quanti italiani sanno dell’esistenza del “Portale Integrazione Migranti Vivere e lavorare in Italia”, realizzato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, che aiuta gli stranieri che arrivano in Italia a destreggiarsi tra burocrazia, amministrazione, leggi?

E potremmo andare avanti a lungo citando progetti e azioni che nessuno conosce, ma che esistono e hanno una loro funzione nella creazione di una società multiculturale e nell’integrazione degli stranieri.

Il decalogo per gli immigrati di FdI, oltre a contenere delle gravi inesattezze giuridiche (in Italia non è obbligatorio celebrare nelle scuole il Natale e la Pasqua; non è vietata la macellazione halal, anzi è regolamentata in maniera chiara e precisa ed esiste un ente certificatore halal promosso dal Ministero dello Sviluppo economico; e- al di là del fatto che non capita praticamente quasi mai nel nostro Paese di vedere donne con il burqa- non è vietato stare in luoghi pubblici con il volto coperto se si ha una giustificazione – anche religiosa- come ribadito dalla sentenza numero 3076 del 2008, con cui il Consiglio di Stato ha sottolineato che l’utilizzo del burqa ”generalmente non e’ diretto a evitare il riconoscimento, ma costituisce attuazione di una tradizione di determinate popolazioni e culture’ per cui il burqa “non costituisce una maschera, ma un tradizionale capo di abbigliamento di alcune popolazioni, tuttora utilizzato anche con aspetti di pratica religiosa” e dunque che niente ha a che vedere con “l’art. 5 della legge n. 152/1975, che vieta l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo”), a dare spazio a nuovi episodi di razzismo e a inasprire il conflitto sociale, potrebbe essere un incentivo, per i partiti che davvero vogliono impegnarsi nell’attuazione delle politiche pubbliche per l’integrazione e lo sviluppo della multiculturalità, a produrre materiale che renda noto alla popolazione quanto viene fatto e quali sono le ricadute positive sugli italiani di tali azioni.

 

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