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Il 25 aprile e l’attualità dell’antifascismo

di Luca Rasponi

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Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del nazifascismo. Mi perdoneranno Engels e Marx per la libertà della mia parafrasi, ma nessun passaggio potrebbe descrivere l’attuale momento politico europeo meglio dell’incipit del Manifesto del Partito Comunista.

Come insegna la Storia, infatti, è proprio nei momenti di profonda crisi economica e politica che ritornano a proliferare i più aberranti disvalori politici, come appunto nazismo e fascismo.

E il momento attuale non fa eccezione: lo dimostra una serie di notizie recenti, insospettabilmente numerose per chi non segue con attenzione l’attualità politica, che hanno per protagonista il ritorno in auge degli ideali xenofobi di estrema destra che hanno caratterizzato l’Europa nel ventennio precedente la Seconda Guerra Mondiale.

Il caso più eclatante è probabilmente quello della Grecia, dove il partito neo-nazista Alba Dorata (Chrysi Avghi) – anche a causa della tremenda crisi economica che sta schiacciando il Paese – è riuscito a entrare in Parlamento con il 7% delle preferenze elettorali. Da quel momento in poi è stato un susseguirsi di proposte irricevibili, dalla minaccia di riaprire i forni crematori per gli immigrati alla richiesta di creare scuole separate per bambini greci e stranieri, fino al disprezzo espresso a più riprese per disabili e persone con problemi mentali.

Ma Alba Dorata non si è fermata alle parole, passando ai fatti in più di un’occasione: accanto alle ronde squadriste proseguite anche dopo l’insediamento in Parlamento, il portavoce del partito Ilas Kasidiaris ha dimostrato pienamente cosa intendono gli esponenti di Chrysi Avghi per “confronto politico”, picchiando in diretta televisiva la deputata comunista Liana Kanelli.

Il dilagare dell’ideologia neo-nazista in Grecia, che ha portato Alba Dorata sopra il 10% nei sondaggi, ha fatto sentire la sua eco ben oltre i confini nazionali, tanto che il partito è arrivato anche in Italia con un proprio sito web e una lista di candidati pronti per le prossime elezioni amministrative.

Il nostro Paese, pur non avendo in Parlamento un partito dichiaratamente neo-fascista, è tutt’altro che immune dal ritorno nell’arena politica degli ideali dell’estrema destra. Lo dimostrano chiaramente le due schede utilizzate per l’elezione di Camera e Senato alle ultime consultazioni politiche, mai così ricche di simboli neo-fascisti: cinque per la precisione, da Casa Pound a Forza Nuova, passando per Fiamma Tricolore, Rifondazione Missina Italiana e La Destra (che ha sostenuto la candidatura di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi).

Se da un lato crescono le reazioni popolari e le azioni dimostrative contro questo tipo di formazioni – come l’attacco degli hacker di Anonymous al sito di Casa Pound – non mancano però episodi di segno contrario, spesso localizzati nelle scuole. D’altro canto, l’ideologia fascista trova fertile terreno di rinascita nella tolleranza di gran parte del ceto politico italiano, che spesso si traduce in esplicita apertura attraverso considerazioni di stampo revisionistico o rivalutativo sul ruolo del fascismo nella Storia del nostro Paese.

Apertura che in qualche occasione va ben oltre l’appoggio verbale: se infatti il sindaco di Roma Gianni Alemanno ha dovuto rinunciare per ragioni di opportunità politica a regalare una sede da 12 milioni di euro a Casa Pound dopo mesi di polemiche, nessuna obiezione ha sollevato il neo-presidente della regione Lombardia Roberto Maroni nei confronti dei festeggiamenti neo-nazisti che si sono tenuti anche quest’anno a Varese in occasione del compleanno di Adolf Hitler (20 aprile), come ha raccontato non più tardi di due giorni fa Michele Serra nella sua Amaca su Repubblica.

E proprio in Germania ha destato scalpore la notizia – uscita qualche mese fa – del ricorso da parte della filiale tedesca del portale di e-commerce Amazon a un servizio d’ordine di guardie neo-naziste per controllare e minacciare i propri dipendenti, in gran parte immigrati. Le pressioni psicologiche, le condizioni di lavoro proibitive al limite dello sfruttamento e i lunghi spostamenti a piedi dai dormitori agli stabilimenti hanno riportato alla mente dell’opinione pubblica tedesca gli scenari tristemente noti dell’epoca del Terzo Reich.

Ma la vera sfida del nazifascismo alla democrazia europea non è in Grecia, né in Italia o in Germania. Nel cuore dell’Unione Europea, infatti, c’è un Paese dove è il governo stesso ad aver imposto una svolta autoritaria: si tratta dell’Ungheria, dove il governo di centro-destra del premier Viktor Orbàn ha modificato la Costituzione imponendo limiti stringenti alle libertà di espressione e di associazione, depotenziando la magistratura e il Parlamento in favore dell’esecutivo.

Una sfida di fronte alla quale l’Unione Europea si è fatta trovare impreparata, limitandosi a vuote condanne formali. Perché di fatto Orbàn ha cambiato le carte in tavola democraticamente, disponendo in Parlamento dei numeri per farlo dopo aver vinto le elezioni. Un’ascesa democratica che sta tuttavia portando l’Ungheria alla dittatura, in modo per certi aspetti simile a quanto accadde in Germania nel 1933.

Il “golpe bianco” del premier, infatti, dopo aver limitato i poteri dell’unico baluardo rimasto a presidio della democrazia – la Corte Costituzionale – porterà numerose conseguenze nefaste per la vita del popolo ungherese: indebolimento del potere giudiziario, con la facoltà di spostamento dei processi; limiti alla libertà d’espressione sulla base di una generica tutela della «dignità della nazione ungherese»; divieto di dibattiti pre-elettorali sui principali mezzi di comunicazione privati; divieto assoluto di dormire in strada, reato perseguibile penalmente; possibilità di arresto per i sospettati di sedizione o congiura; messa al bando del Partito Comunista, etichettato come «organizzazione criminale» e dichiarato fuori legge.

Il caso ungherese, più di tutti quelli elencati in precedenza, dimostra quanto è sorprendentemente vicino il pericolo di un ritorno dell’autoritarismo fascista in Europa. Evidenziando una volta di più non solo l’importanza, ma l’attualità dei valori dell’antifascismo a presidio della democrazia e della solidarietà tra i popoli europei.

Antifascismo non può né deve significare vuota retorica o semplice ricordo, ma memoria che si traduce in azione, attenzione quotidiana a tutela dei valori per cui la Resistenza si è battuta e sui quali sono fondate la Repubblica e la Costituzione italiane. Significa essere intransigenti nei confronti di chi non si riconosce in questi valori, che in altri Paesi europei sarebbe escluso dall’arena pubblica.

E significa non dare per scontati i valori di libertà e uguaglianza su cui è fondata oggi la nostra vita democratica, perché è nelle difficoltà più grandi che si fa avanti chi propone di accantonare questi valori in cambio di una società più sicura e salda. Ma un’altra scelta è sempre possibile, per quanto difficile: la scelta dell’antifascismo, oggi più attuale che mai.

 

Francesco Guccini, Su in collina (L’ultima Thule, 2012)

 

«Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio dei torturati
più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA».

Piero Calamandrei

 

Francesco Guccini, Quel giorno d’aprile (L’ultima Thule, 2012)

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