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Management del Dolore Post-Operatorio: intervista a Luca Romagnoli

di Ilaria Virgili

Pubblicato il

Il Management del Dolore Post-Operatorio è un gruppo di quattro ragazzi di Lanciano: Luca Romagnoli alla voce, Nicola Ceroli alla batteria, Marco Di Nardo alla chitarra elettrica e Luca Di Bucchianico al basso elettrico, subentrato da poco ad Andrea Paone.
managementNel 2008 realizzano il loro primo disco autoprodotto, “Mestruazioni“; nel 2009 fanno incetta di premi in giro per lo Stivale, vincendo anche il Rock è Tratto, concorso per band emergenti di Savignano sul Rubicone (FC), in occasione del quale lasciano un segno indelebile negli spettatori dello show. Nel 2012 arriva il primo album realizzato in modo professionale: “Auff!!” (MArteLabel, produzione artistica di Manuele Fusaroli), un grande sbuffo generato dalla lettura del tempo in cui viviamo. Disagio, rabbia, distruzione, amore, sogno e tensione all’infinito emergono prepotentemente dalle liriche, per una combinazione in cui il linguaggio verbale si trova in perfetta empatia con quello strumentale, chitarristico soprattutto.

La carta d’identità della band sarebbe così completa, se non fosse che uno dei loro caratteri distintivi è non lasciare l’ascoltatore indifferente. Per lo spettacolo forte, a tratti caotico, che mettono in scena; per il contenuto delle canzoni; per come annunciano o disannunciano i pezzi dal vivo; per l’urgenza di esternare liberamente, senza controllo e con sincerità. Elementi che li rendono geniali agli occhi di taluni, impresentabili agli occhi di altri. Ma indifferenti agli occhi di nessuno.
Considerando che, come afferma saggiamente Federico Fiumani, «ci sono momenti della musica dal vivo che sono irripetibili: ci devi essere. Non è che te li puoi fare raccontare», e che i ragazzi di Lanciano non suonano in provincia di Forlì-Cesena dal giugno del 2009, quando parteciparono al Rock è Tratto, l’invito è quello di evidenziare in agenda la data di venerdì 22 febbraio. In questa occasione, suoneranno al Vidia Club di San Vittore di Cesena, per una serata del Queens presentata da Retro Pop, in collaborazione con Monogawa Back to Gawa. Prima di loro sul palco, Giuradei, membro della leva cantautorale degli anni zero, e i folletti elettrici Visioni di Cody.

In attesa di venerdì, abbiamo scambiato qualche parola con Luca Romagnoli, cantante del Management del Dolore Post-Operatorio.

Mi piacerebbe partire dagli esordi, consapevole del fatto che la formazione attuale è diversa rispetto a quella originale. Ti chiedo come vi siete incontrati all’inizio, e cosa vi accomunava quando siete partiti.

All’inizio ci ha sempre accomunato una forte amicizia. Ci conosciamo dai tempi dell’asilo, quindi abbiamo sempre condiviso le stesse passioni musicali, sportive, sessuali (ride). Gli esordi erano fatti di queste energia e urgenza giovanili. Col passare del tempo, e ancora oggi che abbiamo una visibilità nazionale, la ricetta è rimasta la stessa.
Purtroppo qualcuno per studio, per lavoro, o per scelta di vita, ha deciso di mollare questo sogno. Un sogno difficile, non tanto da raggiungere, ma da sognare, da portare avanti: andare in tour, suonare tutti i giorni, non dormire, essere sottoposti a uno stress molto grande non è facile; poi ci sono poca sicurezza, poco equilibrio.
Ma i vecchi membri non li abbiamo sostituiti. Avendo loro deciso di abbandonare, sono subentrati altri due amici. Infatti non abbiamo mai avuto la minima intenzione di dialogare con professionisti che venissero da fuori, da grandi città. Per noi è importante il fattore umano, quindi oltre alla professionalità e alla bravura – ovviamente abbiamo cercato le persone più brave in circolazione – in primis abbiamo dato rilevanza alla variabile più importante: l’amicizia. Quindi attualmente suonano la batteria (Nicola Ceroli, subentrato a Emanuele di Meco, ndr) e il basso (Luca Di Bucchianico, subentrato ad Andrea Paone, ndr) altri due amici di lunga data.

Nel 2010 avete vinto il “Premio produzione” al festival MarteLive, che vi ha permesso di approdare alla MarteLabel. Ai tempi di quella vittoria, avevate già del materiale pronto e quindi l’idea di registrare, o quel premio è stata la vera e propria molla per la lavorazione di “Auff!!”?

In quel momento stavamo lavorando a un nostro progetto del quale non ricordo precisamente se facessero parte canzoni poi incise per “Auff!!”. Sicuramente non abbiamo mai smesso di lavorare sui nostri pezzi. Al tempo avevamo un disco autoprodotto (Mestrauzioni, 2008, ndr), fatto da noi a Lanciano, in casa, col quale avevamo girato un po’ l’Italia, tra concorsi e festival.

Certo, avere vinto il premio produzione è stata una molla, perché abbiamo cominciato a dedicarci a questo tipo di progetto forsennatamente, dovendo rispettare una scadenza. Però, da quando ci siamo uniti sotto il nome di Managemente del Dolore Post-Operatorio, abbiamo sempre lavorato su pezzi nostri, sulle nostre idee, abbandonando in maniera totale pezzi che non fossero scritti da noi, testo e musica. Ovviamente, come è giusto che sia, cominciammo con le cover: quando avevamo tra i 13 e i 17 anni ogni occasione era buona per suonare, montare strumenti, fare spettacoli nell’ambito scolastico. Cavalcavamo tutti gli stili musicali, un po’ per divertimento, un po’ per sperimentare e imparare, perché quella era la musica che ci piaceva. Poi, intorno ai 18 anni, abbiamo fatto il passaggio, dedicandoci completamente ai nostri pezzi.
Comunque, io penso sia importante suonare pezzi di altri gruppi, o quanti più gruppi possibile, per avere un’esperienza più ampia nella musica. Un po’ come lo studio: una maggiore consapevolezza permette di avere le idee più chiare. Io noto che oggi parecchi ragazzi partono molto presto a scrivere pezzi loro – cosa molto bella, ma pericolosa – ma, siccome non hanno un’idea musicale ben precisa, spesso si trovano troppo influenzati da altri, quindi scrivono canzoni in maniera del tutto uguale al loro gruppo preferito del momento. Ascoltandoli ci si accorge di quale sia la band che hanno amato nel breve periodo. Non sempre è così, ma succede spesso.

So che state realizzando il successore di “Auff!”. Lavorate nello stesso studio, con lo stesso produttore, mossi dallo stesso sentimento?

Sì, ci stiamo dedicando al disco, che uscirà sicuramente il prossimo autunno. Siamo a buon punto: i pezzi sono quasi tutti pronti, e dobbiamo occuparci degli arrangiamenti.
Siamo ancora molto ingenui e ci comportiamo come fosse il primo album. Buttiam giù le canzoni abbastanza di getto, siamo ancora ispirati, e stiamo lavorando allo stesso modo di “Auff!” a livello emotivo. Poi, chiaramente, abbiamo più consapevolezza, quindi procediamo in maniera più veloce, più indicizzata.
Comunque, abbiamo deciso di lavorare sempre con Manuele Fusaroli, che secondo noi è il miglior produttore d’Italia, anche se un po’ folle (sorride), ma è proprio questa sua follia a conferirgli l’estro che lo contraddistingue. Ormai tra noi e Fusaroli c’è un rapporto più che umano: è come se fosse uno di famiglia, gli vogliamo proprio bene.

Perché nei vostri live attuali non c’è spazio per alcuni brani tratti dal vostro primo disco, “Mestruazioni” (Videoradio, 2008)? Ci sono almeno un paio di canzoni particolarmente forti, secondo me a livello di quello che proponete adesso.

Questo lo pensiamo anche noi.
“Mestruazioni” è un disco che ci ha portato tanta fortuna, col quale abbiamo mosso i primi passi in giro per l’Italia, vincendo praticamente tutti i concorsi ai quali abbiamo partecipato. Quindi sicuramente contiene canzoni che hanno un certo valore, se hanno permesso di farci giudicare i migliori da svariate giurie. E credo che abbia ancora il suo valore. Però è un disco che abbiamo scritto quando eravamo decisamente più giovani. Io credo molto nella coerenza; intendo dire che devo credere molto in ciò che portiamo sul palco, diciamo e scrivo come testi  per poterlo interpretare e gridare sul palco. Ci sono elementi di “Mestruazioni” molto più adolescenziali, autodistruttivi, maledetti. Cose cui io non credo più tanto, e nemmeno gli altri.
Abbiamo attraversato l’epoca adolescenziale e siamo passati a un’età più matura, in cui agiamo con maggiore consapevolezza, e non abbiamo più voglia di «morire per restare immortali». Sono cose molto adolescenziali a cui è bene smettere di credere a una certa età.

I testi li scrivi tu. Gli altri membri della band li condividono, e quindi partecipano convinti e motivati al messaggio che comunicate?

Sì. Pensiamo ognuno con la propria testa e siamo molto diversi, però su certi aspetti sociali, etici e morali, avendo vissuto sempre insieme, ci troviamo d’accordo.
Poi c’è un lavoro del gruppo generale, e quello dei singoli, ciascuno sul proprio strumento, che determina una divisione del mestiere: Marco (Di Nardo, chitarrista, ndr) compone i pezzi, io scrivo i testi, e l’arrangiamento totale inteso sia come arrangiamento musicale che come discussione di quello che vogliamo portare sul palco – che verta anche su una frase di un testo, o una parola – si fa insieme. Fortunatamente ci troviamo sempre a discutere in maniera calma e tranquilla, e io penso che le cose belle vengano sempre a galla, quindi l’orgoglio di un singolo non deve mai sovrastare l’idea del bello che ha il gruppo in generale. Può succedere che uno, con molta umiltà, si debba rendere conto che una frase potrebbe essere più brutta di un’altra; lo stesso può valere per un arrangiamento di chitarra o di basso. Di tutto ciò si discute insieme, e forse è proprio questo che ci dà molta fortuna e continua a darci la voglia di stare insieme.
L’equilibrio dei gruppi è molto precario perché ci sono troppe prime donne. Noi invece siamo uniti ed equilibrati, perché sappiamo dove finisce la libertà di uno e comincia quella dell’altro, e ci conosciamo da tanto, troppo tempo. Ci conosciamo in primis come amici, poi come musicisti.

Interessante scoprire questo retroscena e il modo condiviso di procedere nel lavoro, perché poi quando si assiste a un vostro concerto emerge in maniera molto forte la tua figura, ovviamente.

Il fatto che possa risaltare la presenza del cantante è normale. Da quando la musica è diventata anche spettacolo, la figura del frontman – la cui traduzione letterale penso sia “l’uomo che sta davanti” – è la prima maschera che il pubblico si trova di fronte, e incarna un po’ colui che trasporta il messaggio, anche se interpreta pezzi di un altro.
Però secondo me è ovvio che se non ci fosse la forza della band, la struttura ritmica, l’amicizia che lega il gruppo e la potenza così generata, nessun cantante potrebbe far nulla. In assenza di queste componenti si farebbe teatro, dove una persona, sola o insieme ad altri, sfrutta la sola forza della parola. Ma questo è un altro mestiere.
Noi facciamo musica, e io come cantante senza la forza dei miei compagni non valgo niente.

Vi sono mai stati imposti da altri dei limiti sui vostri spettacoli dal vivo?

Fortunatamente nel nostro panorama non ci sono limiti. Non c’è un palinsesto di bigotti. Anzi, questo è il bello, che ci dà le massime energia e forza: la libertà di dire le cose come ci va.
Figurati che a un concerto mi sono anche abbassato le mutande, quindi non ci sono imposti limiti particolari. Purtroppo, a volte ci sono limiti all’interno dello stesso gruppo, fortunatamente non nel nostro.
Comunque, penso che capire i limiti e le potenzialità sia uno studio che un gruppo debba fare: capire quale sia la forza di un messaggio e come vada veicolato.
Per esempio, qualche anno fa eravamo molto più barocchi. Crescendo, abbiamo capito e deciso che essere un po’ più diretti e minimali anche nel messaggio, nell’abbigliamento e nella struttura dello spettacolo è un punto di forza.
Quindi si cresce, si prendono decisioni, ma non sono mai dei limiti: sono scelte che servono a capire come rendere più forte il messaggio che si vuole lanciare.

Io una curiosità riguardante la batteria di Nicola (Ceroli, batterista). È visibilmente più grande rispetto alle batterie che generalmente occupano i palchi, e so che ne è particolarmente geloso: non ha piacere di farla usare ad altri musicisti che condividono il palco con voi. Giusto?

Lui è molto geloso della sua batteria, e in generale dei suoi strumenti, e fa bene: dovrebbe essere così per tutti i musicisti che sono innamorati del proprio strumento, perchè è un po’ come un partner, quindi difficilmente lo si fa usare ad altri. Ma ultimamente, un po’ per gentilezza, un po’ per scelte di palco, è stato costretto a condividere la batteria.

In più lui è molto appassionato ed esperto di musiche medievali; in questo periodo è molto appassionato al tamburo, quindi i tamburi stessi della sua batteria danno un suono epico, guerrigliero, come fossimo un gruppo che deve andare in battaglia.

Oltre che in occasione dei concerti, circostanza in cui è acquistabile – e disponibile nel catalogo MArte Label – “Auff!!” è ascoltabile completo direttamente dal canale YouTube della band stessa:

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