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I passi dall’altra parte del mare

di Davide Vichi

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Siamo su, nel Michigan. La stagione fredda è appena arrivata e non sembra essere tanto timida, l’alone creato dal respiro di Enien è così intenso da ostruirgli la vista, ma sa benissimo dove si trova. L’emporio dei fratelli Cam è al prossimo isolato. Si era lamentato molto con la moglie per quella commissione, visto che era appena tornato dal lavoro e in TV c’era il football.

Se non avesse dovuto fare quella commissione sarebbe sicuramente andato a casa del vecchio Josef a guardare la partita come faceva di solito. L’amico senza grossi cenni l’avrebbe accolto, e sarebbe stato bene. Scolato qualche birra, chiacchierato di donne e soprattutto di carte. Enien era un giocatore. Nella scorsa settimana aveva perso giocando, il fondo per gli studi del figlio, ma non gli e ne importava, era molto più spaventato dalla reazione che avrebbe avuto la moglie alla notizia. Enien parlava con il figlio soltanto per ricordargli che la vita è dura e che quindi non bisognava pensarci troppo. − Bisogna cercare di schivare i colpi come i giocatori di football alla TV, figliolo − ripeteva sempre. − Fai come me, a me niente mi colpisce, può cadermi anche un bisonte affianco che io nemmeno me ne accorgo −.

A quanto pare, quella volta Enien non andò a fare spesa, perchè − come mi disse lo sesso Josef quando mi parlò di questa storia − lo vide apparire sulla porta di casa pochi minuti prima del fischio d’inizio. Proprio mentre stava stappando la sua birra. Josef Chaney non era quel tipo di uomo che si diverte sparando cazzate con chiunque passi per casa sua, ma non gli andava di essere scortese, così fece entrare il visitatore. Dissi a Josef che aveva fatto bene a farlo entrare perchè così ora aveva una storia da raccontarmi. Lui mi rispose che non tutti sono nati per raccontare storie, poi disse: − questo sarà il tempo a deciderlo… −.

Josef non parlava molto ed entrambi sapevamo che questo era il motivo della sua solitudine. Aveva una casa di legno molto accogliente che si era costruito con le sue mani: mobili antichi, un bellissimo giradischi che suonava soltanto vecchi pezzi, molto ricercati, di un blues limpido, ormai passato, ma che Josef non dimenticava e al quale erano legati tutti i ricordi della sua vita. Riusciva a sentire quei pezzi anche quando usciva di casa per sedersi al suo solito posto, nella sua vecchia sedia in veranda, come fece quella volta che arrivò Enien a vedere il football. La sedia produceva un leggero scricchiolio ogni volta che ci si sedeva, ma quel rumore non lo infastidiva o forse anch’esso era un suono che gli ricordava qualcosa della sua vita. Fatto sta che mai decise di ripararla.

clintSul sottofondo della sua musica lentamente prendeva il pacchetto delle sue sigarette, sempre di quella stessa marca da quando ho ricordo di averlo visto fumare. Dava colpetti leggeri e ripetuti al fondo del pacchetto, dal basso verso l’alto e faceva uscire una sigaretta. La portava alla bocca, di lato, appoggiava il pacchetto alla staccionata di legno e solo allora il fiammifero scintillava producendo il suo inconfondibile odore di zolfo e la sigaretta si accendeva. Il circostante in quei momenti si affievoliva, rimaneva soltanto il Blues. Il vecchio guardava davanti a se, ruotando leggermente la testa, soltanto una volta, per cercare di inquadrare tutto il vicinato.

Quel giorno – mi confessò Josef in una delle ultime visite, quando mi parlò di Enien e di tutta questa storia – sarebbe voluto andare incontro a Enien e domandargli:

Come…?

Come puoi vivere la tua vita così lontano dai tuoi sogni…?

Ma non lo fece. Non gli chiesi spiegazioni ma contrariamente alla sua indole quella volta con me, volle essere chiaro e mi disse che aveva riflettuto spesso sulla sua natura e su quella degli altri uomini e ormai si era rassegnato.

Eppure – io sapevo – che c’era stato un periodo in cui aveva pensato che quel unico grande desiderio, che gli piaceva chiamare di vicinanza a se stesso, animasse tutti gli uomini. Nella sua mente lo immaginava come un qualcosa d’ indivisibile alla condizione di essere umano. Ma ora, che era vecchio e riteneva di aver visto uomini a sufficienza, si era ricreduto. Mi disse inoltre che gli erano rimasti dei dubbi sulla questione, ma troppi comportamenti negli altri non coincidevano con il suo pensiero. Spostando la falda del suo cappello si poteva vedere sul suo viso anche un leggero velo di amarezza a causa di questa storia ma credo che pochi ebbero la sventatezza di provare a spostarlo.

Quel desiderio di vicinanza a se stessi – come diceva Josef – era suo per motivi sconosciuti ma che andavano aldilà del semplice fatto di essere un uomo. L’idea che mi sono fatto di questa storia è che a mio parere Josef possedesse – per così dire – il dono dell’autenticità. Era qualcosa con cui soltanto lui doveva fare i conti, non c’era da convincere nessun altro. Era questo il motivo per cui aveva deciso di non alzarsi e chiedere a Enien il come… Ma probabilmente per uno come lui, era un boccone piuttosto amaro da mandare giù.

Comunque quella volta Josef non si alzò per andare incontro ad Enien e chiedergli spiegazioni. Ma credetemi, non era tipo da lasciarsi sorprendere tanto facilmente. infatti sapete cosa fece… Rimase immobile sulla sua sedia e continuò a fumare, ecco cosa fece. Poi, lì seduto dov’era, in un leggero ma sicuro movimento, decise di alzare lentamente il viso al caldo sole per riscaldarlo. Le montagne subito si fecero più chiare per l’effetto del sole sui suoi occhi. Josef però non abbassò lo sguardo né si stropicciò gli occhi per riacquisire lucidità. In quei momenti stava già fantasticando…

 

 

 

 

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