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Il downgrade della Francia e le meraviglie del cambio fisso

di Francesco Minotti

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E così, nella tranquilla giornata del 19 novembre, anche la Francia ha salutato le sue tre splendenti “A”. L’agenzia di rating Moody’s ha infatti declassato i bond francesi al livello “AA1” mantenendo oltretutto un outlook negativo per il futuro. La notizia risulta ancor più interessante se si spendono cinque minuti per leggere il rapporto integrale dell’agenzia. Saltano infatti agli occhi le seguenti considerazioni:

«…unlike other non-euro area sovereigns that carry similarly high ratings, France does not have access to a national central bank for the financing of its debt in the event of a market disruption»

«The third rating driver of Moody’s downgrade of France’s sovereign rating is the diminishing predictability of the country’s resilience to future euro area shocks»

«Moreover, France’s credit exposure to the euro area debt crisis has been growing due to the increased amount of euro area resources that may be made available to support troubled sovereigns and banks through the European Financial Stability Facility (EFSF), the European Stability Mechanism (ESM) and the facilities put in place by the European Central Bank (ECB)»

«The challenge of restoring price-competitiveness through wage moderation and cost containment is made more difficult by France’s membership of the monetary union, which removes the adjustment mechanism that the ability to devalue its own currency would provide»

Sembra quindi che l’agenzia Moody’s attribuisca buona parte delle debolezze della Francia, direttamente o indirettamente, alla sua appartenenza all’Eurozona. La prima considerazione è dovuta al fatto che la Francia, come tutti gli Stati che adottano l’Euro, «non ha accesso ad una banca centrale nazionale che finanzi il suo debito». In altre parole, senza sovranità monetaria, non può più contare su una banca centrale che acquisti i suoi titoli di Stato. La seconda citazione evidenzia implicitamente le aspettative da parte di Moody’s di «futuri shock nell’Eurozona», mentre la terza rileva come i meccanismi europei creati per aiutare gli Stati in difficoltà (ESM, EFSF) stiano in realtà indebitando sempre di più tutti i paesi aderenti.

Ma concentriamoci sull’ultima considerazione: l’appartenenza della Francia all’Eurozona, e quindi l’impossibilità di svalutare la propria moneta, rende più difficile ristabilire la competitività dei prezzi francesi, che di conseguenza dovrà essere raggiunta mediante il contenimento del costo [del lavoro] e la moderazione salariale. Per i non addetti ai lavori (ossia coloro che, per loro immensa fortuna, non hanno mai avuto a che fare con la scienza economica) questa frase potrà sembrare fumosa, poco chiara, lontana dalle più stringenti preoccupazioni quotidiane.

Eppure dovrebbe suonare estremamente familiare, in quanto rispecchia esattamente ciò che sta accadendo in Italia da ormai un anno a questa parte! Ma per capirlo è necessario prendere familiarità con alcuni concetti economici di base.

La legge della domanda e dell’offerta applicata alla moneta

Quando decidiamo di andare in vacanza in un paese che non adotta l’euro dobbiamo inevitabilmente procurarci una certa somma di denaro che sia denominata nella valuta del paese in questione. Per esempio, se ci recassimo negli USA, dovremmo procurarci dei dollari americani. Ciò è dovuto al semplice fatto che gli alberghi, i ristoranti, i commercianti e tutte le aziende statunitensi vogliono essere pagati in dollari, esattamente come quelli italiani esigono euro. Ma come facciamo ad ottenere i dollari che ci servono? Ebbene, dobbiamo letteralmente comprarli, usando i nostri euro come forma di pagamento. Potrà sembrare strano, ma è proprio così: usiamo del denaro per comprare altro denaro, usiamo degli euro per comprare dollari. Chiaramente, come qualsiasi altra merce, anche il denaro ha un prezzo: il tasso di cambio nominale. Quando al telegiornale si sente dire «l’euro è quotato a 1,29 dollari», ciò significa che il prezzo di un euro è pari a 1,29 dollari: in altre parole il tasso di cambio fra euro e dollaro è 1,29. Ma chi lo decide questo prezzo? La risposta giusta è “il mercato”, attraverso la legge della domanda e dell’offerta (in seguito la chiameremo “legge D-O”). Tutti sanno come funziona questa elementare legge economica, ripassiamola velocemente. Al mercato c’è un fruttivendolo che vende delle belle mele rosse. Se ci sono molti acquirenti (eccesso di domanda) oppure poche mele (carenza di offerta) il prezzo delle mele tende a salire; se invece ci sono troppe mele disponibili (eccesso di offerta) oppure pochi acquirenti (carenza di domanda) il prezzo delle mele tende a scendere.

Ebbene, questo meccanismo si applica in modo identico al denaro: per capirlo proviamo a modificare leggermente l’esempio del turista. Quando un’azienda statunitense vuole comprare, per esempio, del formaggio italiano, deve prima procurarsi gli euro necessari a pagarlo. Per farlo, questa azienda si rivolgerà al mercato delle valute e comprerà gli euro di cui necessita, con i quali in seguito acquisterà il formaggio dal produttore italiano. Ciò che abbiamo appena descritto è il meccanismo con cui si verifica un’importazione da parte degli Stati Uniti e, specularmente, un’esportazione da parte dell’Italia. Risulta chiaro che, quando avviene una transazione di questo tipo, sul mercato non viene richiesto solo il formaggio, ma viene richiesta anche la somma di euro necessaria per acquistarlo. Sul mercato si concretizza quindi una domanda di euro. A questa domanda fa fronte una certa offerta di euro. Entra quindi in gioco la legge D-O al fine di bilanciare questi due fattori, determinando il prezzo reciproco delle valute (ossia il tasso di cambio), esattamente come accadeva nell’esempio delle mele. Si usa la seguente terminologia: se la quantità di dollari necessari a comprare un euro aumenta, si dice che l’euro si è rivalutato (o apprezzato) rispetto al dollaro; se invece ne servono di meno si dice che l’euro si è svalutato (o deprezzato) rispetto al dollaro.

Se uno Stato lascia che il tasso di cambio della sua valuta sia liberamente determinato dai mercati, senza interferire in alcun modo, si dice che il tasso di cambio è fluttuante o variabile, o anche flessibile. Se invece uno Stato si impegna a mantenere costante il prezzo della sua valuta rispetto a quella di un altro Stato (e non ci interessa in questa sede esaminare come si persegue questo obiettivo) il tasso di cambio si dice fisso o rigido.

Bene. Torniamo ora al declassamento della Francia e al problema della competitività. Se i prodotti di un paese B, per qualche ragione, diventano meno competitivi sul mercato, di conseguenza saranno meno richiesti: infatti, gli acquirenti preferiscono comprarli da un paese C che offra condizioni più vantaggiose. Di conseguenza le aziende del paese B cominciano a trovarsi in difficoltà perché non riescono più a vendere tanto quanto in precedenza: è necessario fare qualcosa per ristabilire la competitività. Questo può essere fatto in diversi modi. Per esempio si può cercare di migliorare la qualità del prodotto mantenendo costante il prezzo di mercato: sebbene il prezzo rimanga lo stesso, gli acquirenti saranno attirati dalla maggior qualità e quindi torneranno a comprare nel paese B. Purtroppo, perseguire questo obiettivo non è facile. Infatti, per migliorare la qualità del prodotto bisognerà investire in ricerca e sviluppo (il conclamato settore R&D), e non tutte le aziende hanno capitali sufficienti per farlo, soprattutto nel bel mezzo di una crisi: quando un’impresa comincia ad essere in difficoltà solitamente tenta di evitare l’imminente bancarotta e di conseguenza sottrae fondi alla ricerca (e di certo non ne aggiunge!) al fine di pagare i fornitori e i dipendenti nel breve periodo. Ma per fortuna, come anticipato, ci sono altri modi. La strategia alternativa consiste nel mantenere costante la qualità del prodotto cercando di ridurre i costi di produzione: in questo modo il prodotto finito costerà meno e quindi tornerà appetibile sui mercati. La domanda quindi è: come può fare un’azienda a diminuire i costi di produzione?

Di seguito analizzeremo come regimi di cambio differenti (fisso o fluttuante) influiscono su questo problema.

Gli aggiustamenti in regime di cambio flessibile

Mettiamoci nel caso in cui un paese A e un paese B abbiano valute diverse, rispettivamente α e β (è come dire dollari, yen o euro…). Supponiamo inoltre che il regime di cambio fra le due valute sia fluttuante, ossia deciso dai mercati in base alla legge D-O. Chiaramente, le merci del paese A sono prezzate nella valuta α, mentre i beni del paese B nella valuta β. Per esempio, poniamo che un paio di scarpe prodotto in B costi 100β. Come abbiamo visto, se il paese A vuole acquistare quel paio di scarpe dovrà procurarsi sul mercato valutario una somma di 100β, che otterrà in cambio di una certa quantità della sua valuta α. E qui entra in gioco il tasso di cambio: se in quel momento il cambio corrispondesse a 1β = 1,5α il paese A dovrebbe sborsare 100β = 1001,5α = 150α. Semplice aritmetica: il paio di scarpe che in B costa 100β, visto dal paese A costa 150α. Risulta quindi chiaro come il tasso di cambio giochi un ruolo fondamentale nei rapporti commerciali fra paesi diversi: per decidere da quale paese comprare una merce, è fondamentale confrontare i prezzi dopo averli convertiti in una stessa valuta. È lo stesso concetto che tentava di insegnarci il maestro delle scuole elementari: non si devono mischiare le mele con le pere e, analogamente, le operazioni e le comparazioni vanno fatte fra grandezze omologhe. Facciamo un passo in avanti: se la valuta β si svaluta rispetto ad α (ovvero α si rivaluta rispetto a β), per i commercianti di A sarà più conveniente acquistare i prodotti di B. E naturalmente vale anche il viceversa: se la valuta β si rivaluta rispetto ad α (ovvero α si svaluta rispetto a β), per i commercianti di A sarà meno conveniente acquistare i prodotti di B.

Applichiamo ora questi concetti al nostro problema. Se il paese B subisce un calo di competitività, i suoi prodotti saranno meno richiesti perché meno convenienti. Ma siccome la richiesta dei suoi prodotti cala, diminuisce anche la richiesta della sua valuta β nei mercati valutari. Interviene quindi la legge D-O, causando automaticamente una svalutazione di β (c’è poca domanda di moneta β e quindi il suo prezzo diminuisce). Cosa succede a questo punto? Oh, mirabile visu! Questa spontanea svalutazione di β aiuta a colmare l’iniziale gap di competitività perché, come abbiamo visto, con una moneta α rivalutata rispetto a β, i prodotti di B, visti dal paese A, risultano più convenienti: guardando le cose dal paese A, è come se i prezzi delle merci di B si fossero abbassati! E questo fa ripartire istantaneamente le esportazioni delle aziende di B, che quindi, avendo più commesse, escono dalla crisi più facilmente. Ma non finisce qui: la svalutazione, vista da B, rende i beni di A meno convenienti. Perciò, i residenti di B importeranno meno prodotti esteri, rivolgendosi in misura maggiore ai prodotti nazionali e dando così un ulteriore stimolo alle proprie aziende. Specularmente, i cittadini di A sono incentivati a comprare prodotti esteri: è forse un male? Direi di no, significa semplicemente che la scelta a loro disposizione si è ampliata perché, in virtù del cambio rivalutato, ora possono scegliere più serenamente se comprare prodotti nazionali oppure rivolgersi a quelli esteri. In più, il cambio rivalutato attirerà investitori stranieri (che sperano di lucrare su rivalutazioni future) e quindi il paese A potrà finanziarsi a tassi d’interesse più bassi. Certo, le aziende di A venderanno meno prodotti nel paese B, ma non dimentichiamoci che la legge D-O è simmetrica: se le esportazioni di A dovessero calare eccessivamente, creando uno squilibrio, la sua valuta verrebbe richiesta sempre meno, e la legge D-O provvederebbe subito a svalutare la moneta α tanto quanto basta. Un fisico direbbe che il sistema così organizzato tende all’equilibrio (nel nostro caso, un equilibrio commerciale).

E proprio questo è il punto: un sistema di cambi flessibili favorisce il naturale riequilibrio estero fra paesi diversi, attutendo in maniera spontanea eventuali perdite di competitività.

Gli aggiustamenti in regime di cambio fisso

Facciamo un breve riassunto. Ci siamo chiesti come può fare un paese a recuperare competitività sul mercato, ed in particolare ci siamo soffermati su come si possa diminuire il prezzo dei propri prodotti. Abbiamo poi visto che, adottando un tasso di cambio fluttuante, la legge D-O offre un aiuto sostanziale, operando al livello del mercato valutario: l’aggiustamento ricade sui tassi di cambio nominali.

Cosa succede invece se il tasso di cambio viene mantenuto artificialmente fisso? Chiaramente, la legge D-O non può più operare sui tassi di cambio fra le valute! Di conseguenza l’aggiustamento dovrà operare su un altro livello: non più sui mercati valutari, bensì sul mercato del lavoro. Cosa significa questo? Significa che un’azienda, per rendere più competitiva la propria merce, dovrà contenere forzatamente i costi di produzione per cercare di offrire un prezzo di listino più basso e quindi più competitivo. La domanda quindi diventa: come si ottiene questo risultato? La risposta, purtroppo, è tanto semplice quanto nefasta: reprimendo i diritti e le garanzie dei lavoratori. In questo modo, le aziende saranno libere di licenziare (e lo faranno di certo, essendo in crisi!) e potranno costringere i propri dipendenti ad accettare salari più bassi. Tecnicamente, la disoccupazione che viene a crearsi corrisponde ad un eccesso di offerta di forza lavoro (molte persone che cercano un’occupazione a fronte di pochi posti disponibili). Ed è a questo livello che interviene, come anticipato, la legge D-O: se c’è troppa offerta di forza lavoro, il suo prezzo calerà. Purtroppo, il prezzo della forza lavoro non è nient’altro che il salario con cui il lavoratore viene retribuito…

E questo rimane l’unico modo per rendere i prodotti più competitivi! In termini tecnici questo processo si dice “svalutazione interna”, “svalutazione reale” (in contrapposizione con la svalutazione nominale vista al paragrafo precedente che operava sui mercati valutari e non su quello del lavoro) o anche “deflazione”. È evidente quanto sia doloroso questo processo sul piano sociale: la disoccupazione cresce, le retribuzioni diminuiscono, ed aumenta così anche la povertà. Oltretutto, questo tipo di aggiustamento richiede tempi molto più lunghi rispetto al rapido fluttuare di un tasso di cambio. Vediamo perché. Abbiamo ormai capito come l’intero meccanismo giochi sull’impoverimento della popolazione, che si palesa attraverso un aumento della disoccupazione ed un conseguente ridimensionamento dei salari. Tutto questo dal punto di vista temporale precede l’abbassamento dei prezzi e il recupero di competitività. Finché non si realizza questo recupero, purtroppo, la situazione delle aziende non migliora affatto: la popolazione, sempre più povera, riduce i propri acquisti sul mercato interno (mettendo in ulteriore difficoltà i commercianti nazionali) preferendo, oltretutto, acquistare merci estere. E questo accade perché, finché l’aggiustamento al ribasso dei prezzi interni non si concretizza, i prezzi esteri rimangono comunque più competitivi!

È importante notare la decisiva differenza rispetto al caso precedente: la svalutazione della valuta nazionale (e la speculare rivalutazione di quella estera) rende più competitivi i prodotti interni in modo istantaneo. Se l’aggiustamento ricade sul mercato del lavoro, invece, l’agonia si protrae molto più a lungo. E non è detto che, una volta tornata la “normalità”, i lavoratori riescano a riconquistare i diritti persi durante la crisi.

Ci si chiederà: ma non c’è un altro modo? La risposta purtroppo è no, non c’è. I prodotti devono necessariamente ritornare competitivi (altrimenti le aziende falliscono) e quindi i prezzi devono per forza scendere: o si sfrutta la proprietà riequilibrante del cambio flessibile, oppure bisogna flessibilizzare il mercato del lavoro.

Il circo europeo

Veniamo, infine, alla realtà. Nella favolosa terra di Eurolandia vige un’Unione Monetaria che sta rendendo felici tutte le persone che vi abitano… anzi… non proprio tutte…

Partiamo dall’osservare che adottare una moneta comune equivale a mantenere un tasso di cambio fisso con gli altri paesi: un euro in Italia vale sempre e comunque un euro anche in Francia, Spagna, Olanda… Domandiamoci quindi: come può fare un paese come, per l’appunto, la Francia per recuperare competitività nei confronti dei partner europei? L’abbiamo appena visto: applicare la ricetta della deflazione interna che, ricordiamolo, comporta un allentamento delle tutele dei lavoratori che si traduce automaticamente in un aumento della disoccupazione e in una diminuzione dei salari. Non c’è altro modo.

Ma nel mondo di Eurolandia c’è di più! Supponiamo che un paese S tenti di recuperare competitività nei confronti di un paese T attuando la già descritta deflazione interna. Credete che il paese T se ne stia a guardare? Certo che no: siccome un aumento della competitività di S coinciderebbe con una speculare perdita di competitività da parte sua, il paese T è costretto ad attuare le medesime politiche deflattive per preservare l’appetibilità dei suoi prodotti. Quindi, anche in T, i lavoratori saranno costretti ad accettare un sostanziale peggioramento delle proprie condizioni di vita. Il problema, a questo punto, è che il paese S si trova nuovamente al punto di partenza: i suoi sforzi per recuperare competitività sono stati vanificati dalle speculari politiche economiche del paese T! E purtroppo le regole del gioco non sono cambiate: l’unico modo che S ha per recuperare competitività è, ancora una volta, la deflazione interna… Ormai dovreste aver capito dove si va a parare: quella che si sviluppa è una spirale senza fine, una race to the bottom in cui a rimetterci sono sempre e comunque i lavoratori. Nella realtà gli attori economici sono chiaramente più di due, ma la dinamica è la stessa.

«Ma come?!» sbotta incredulo un povero operaio di Eurolandia «non ci avevano detto che entrare in Europa ci avrebbe permesso di competere meglio sui mercati internazionali ed in particolare con la Cina?! Com’è che ora ci ritroviamo a farci la guerra [in senso commerciale, ovviamente] fra di noi?» Eh, caro operaio, sapessi… in effetti, nel trattato di Maastricht, c’è scritto chiaro e tondo proprio ciò che tu asserisci: i paesi aderenti alla moneta unica devono promuovere uno sviluppo armonioso ed equilibrato delle attività economiche nell’insieme della Comunità (art. 2) ed inoltre l’azione degli Stati deve essere fondata sullo stretto coordinamento delle politiche economiche (…) e sulla definizione di obiettivi comuni (art. 3.A.1). Se tutti si fossero attenuti a queste regole, forse, non si sarebbero creati gli squilibri che stanno distruggendo l’economia europea. Ma, guarda caso, qualcuno ha voluto giocare slealmente: nei primi anni duemila la Germania, mediante le riforme Hartz, ha realizzato, per prima fra i paesi della zona euro e in modo unilaterale, una svalutazione interna (a spese dei propri lavoratori e in violazione dei principi sopracitati) che le ha consentito di accrescere la propria competitività nei confronti dei partner europei, avvantaggiandosi nelle esportazioni verso di essi. Questo non è affatto un capro espiatorio o una teoria del complotto. Sono cose evidenti per chi conosce i dati economici: anche l’International Labour Organization (ILO) delle Nazioni Unite ha evidenziato questi aspetti nel rapporto dello scorso dicembre. Purtroppo, nelle sedi europee, questo comportamento è stato tollerato (chissà perché), e di conseguenza legittimato. Ciò che in realtà stupisce è l’atteggiamento supino e accondiscendente dei nostri politici che avrebbero potuto (e potrebbero tuttora) sollevare nelle sedi opportune alcune serie e documentate obiezioni su queste tematiche. Inoltre, a questo punto sarebbe bene chiedersi seriamente se questo gioco vale davvero la candela: vale la pena di rimanere in un’Unione in cui, invece di collaborare, gli Stati si pugnalano reciprocamente alle spalle? Il colmo è che ora anche la Germania comincia a sentire i morsi della crisi, perché la repressione delle economie periferiche (che lei stessa ha imposto politicamente) ha limitato le sue esportazioni che negli anni scorsi trovavano nei paesi del sud Europa un canale di sbocco privilegiato (grazie alla sleale strategia adottata in precedenza). Ciò è piuttosto chiaro: se in Spagna, Italia etc. i lavoratori vengono pagati di meno, poi non potranno più permettersi di acquistare prodotti tedeschi! E così la spirale deflattiva riparte: da quest’anno anche la Francia dovrà cominciare a stringere la cinghia reprimendo la propria domanda interna…

Naturalmente anche l’Italia sta subendo gli effetti devastanti di questo perverso meccanismo: ricordate la riforma dell’art. 18, la riforma delle pensioni, la vicenda degli esodati? Ora sapete perché dobbiamo subire tutto questo. Certamente la propaganda mediatica prova a rassicurarci: ci dicono che questa è la modernità, che queste sono riforme che miglioreranno il mercato del lavoro italiano, che ce lo chiede l’Europa (ma va?), che assolutamente non produrranno disoccupazione bensì flessibilità (quale gradevole eufemismo!)… Addirittura si insinua che ce le siamo meritate perché, si dice, avremmo dovuto attuarle tanto tempo fa ma non lo abbiamo fatto perché sostanzialmente siamo degli untermenschen, siamo fannulloni, spreconi, incapaci di governarci da soli (allora meglio essere governati da altri, no? una dominazione straniera, meglio?). La vera ragione, purtroppo, è che finché si rimarrà nella moneta unica le regole del gioco rimarranno queste e qualsiasi governo, di destra, di sinistra, tecnico o grillino che sia non potrà fare altrimenti. Punto.

Concludendo, ritorniamo al punto di partenza. Rileggiamo il giudizio di Moody’s sulla situazione francese: la Francia è stata declassata anche perché «the challenge of restoring price-competitiveness through wage moderation and cost containment is made more difficult by France’s membership of the monetary union, which removes the adjustment mechanism that the ability to devalue its own currency would provide».

I lavoratori francesi ringraziano.

Per chi volesse approfondire queste tematiche si consiglia la lettura del blog Goofynomics ed in particolare dei seguenti post:

  • i guai dei cugini d’oltralpe erano ampiamente prevedibili mediante una corretta interpretazione della crisi;
  • su svalutazioni interne, slealtà tedesca e riforma del lavoro in Italia si legga qui, quiqui, qui e qui.
Diffondi lo spirito Millennial:

10 commenti per “Il downgrade della Francia e le meraviglie del cambio fisso

  • Lolli ha detto:

    Mi scuso per il ritardo con cui commento questo articolo, ma in questo periodo ho davvero poco tempo per fare qualsiasi cosa.

    Non sono d’accordo con il concetto (che semplifico) secondo cui se il cambio è fisso l’unica leva su cui si può agire sono le condizioni dei lavoratori.
    Si potrebbe, infatti, investire in innovazione, sviluppo e ricerca ed arrivare a ridurre i costi di produzione pur mantenendo invariati i salari.
    Un esempio è la Germania, dove i sindacati sono particolarmente forti (da noi forse la lotta sindacale ha perso di efficacia, credo per via della situazione interna, ma da loro no): lì per scelte politiche e non solo si è scelto di mantenere i salari alti e si riesce lo stesso a mantenere elevate le esportazioni (il flusso è positivo anche verso la Cina) puntando su qualità ed affidabilità dei prodotti.

    Sono poi dell’idea che avere una lira debole e deprezzata porti più danni che benefici, perché è senz’altro vero che le esportazioni di determinati prodotti aumenterebbero, ma di pari passo faresti molta più fatica ad importare qualsiasi cosa e, ad esempio, il gas della Russia lo dobbiamo comprare comunque. Stare nell’euro, invece, ti protegge proprio dalle deflazioni.

    Il problema dell’Europa, semmai, è che la BCE non sta stampando moneta come invece fanno, ad esempio, gli Stati Uniti. Può essere una scelta condivisibile o meno, ma il fatto è che se uno stato ha un debito pubblico alto, uno spread alto e non vuole incrementare ulteriormente il debito (l’Italia) rischia di non avere risorse da investire. Una disoccupazione alta non serve a nessuno, né agli imprenditori (meno soldi significano meno acquisti e quindi minor produzione), né allo Stato (meno lavoro significa meno tasse e meno PIL) mentre io credo che investendo sull’occupazione e sullo sviluppo industriale si potrebbe innescare un circolo virtuoso di occupazione, maggiori consumi, maggior produzione (PIL con riduzione del rapporto deficit/PIL) e quindi maggiore occupazione.
    Ora, il problema è che, come ho detto, un Paese nelle condizioni dell’Italia RISCHIA di non avere soldi per fare questi investimenti a meno che non si scelga di aumentare le tasse o di smantellare il welfare (un po’ come le industrie che per ridurre i costi di produzione si rifanno sui lavoratori).
    Ma se invece l’Italia si dotasse di una pubblica amministrazione efficiente e di un apparato burocratico più snello, se si liberasse delle mafie e soprattutto facesse una seria lotta all’evasione non aumenterebbe le entrate fiscali senza incidere sempre sui soliti? E non avrebbe margine per intervenire sull’economia rilanciandola? Io credo di sì, ma mi piacerebbe sapere cosa ne pensi.
    Un saluto e a presto!

    • Francesco Minotti ha detto:

      Ciao Lolli!
      Non ti preoccupare, i commenti non sono a tempo (almeno credo… :-)), piuttosto scusa tu se ti rispondo solo ora.

      Allora, intendiamoci su una cosa: i soldi, sfortunatamente (o fortunatamente… non so…), non crescono sugli alberi: per fare innovazione e ricerca bisogna prima trovare i soldi necessari. Le aziende italiane (settore privato) fanno fatica a tirare avanti perché c’è crisi. Questo significa che vendono meno di prima (non c’è domanda), al limite sono addirittura in perdita e quindi vanno verso il fallimento. In una situazione del genere, il sostentamento necessario a rilanciare l’economia può arrivare esclusivamente dal settore pubblico, oppure dal settore estero, non ci sono alternative.
      Gli investimenti esteri non sono nient’altro che ulteriori debiti. Questo deve essere chiaro! Sia che questi investimenti siano prestiti fra privati oppure degli IDE (spiego fra poco cosa sono gli IDE…), la sostanza non cambia: se un’azienda ottiene soldi dall’estero, poi li dovrà restituire con gli interessi. Contando che è stato proprio il debito (privato!! non pubblico) verso l’estero a provocare (insieme ad altri fattori correlati) la crisi, direi che non è una buona idea (anche perché difficilmente le banche concedono prestiti in questo periodo, sia quelle italiane che quelle straniere). Per inciso, gli IDE sono gli Investimenti Diretti Esteri. Puoi pensare ad un emiro che viene in Italia e acquista un’azienda: in Italia entra un capitale, certo, ma poi questo capitale va remunerato con i profitti (che escono dall’Italia)! Leggiti questo breve articoletto, per farti un’idea.
      L’unica possibilità rimane il settore pubblico. Ma guarda un po’!! Dall’Europa ci hanno imposto il Fiscal Compact: obbligo di pareggio di bilancio. Come fa uno Stato a spendere di più per rilanciare l’economia, se non può contrarre debiti? Mistero della fede! Certo, puoi parlare di redistribuzione, di tagli alle spese inutili, di maggiore efficienza della macchina pubblica e tutto quello che vuoi. Però ti faccio notare due cose. Anche la tanto vituperata guardia forestale calabrese, quando riceve il suo stipendio pubblico, non lo brucia mica! Piuttosto lo usa per comprare cibo, vestiti, etc. In altre parole, anche gli “sprechi” (uso le virgolette perché personalmente ho molta stima dei forestali calabresi) concorrono a creare domanda interna. Certo, non metto in dubbio che bisognerebbe sempre allocare con giudizio le risorse, ma il punto è un altro. Facciamo due più due. Lo Stato ha, poniamo, delle entrate pari a 1000 soldi (grazie alle tasse etc.). Siccome deve raggiungere il pareggio di bilancio, quello è il suo budget, non un centesimo di più. Una certa porzione di quei 1000 soldi, lo Stato li deve usare per pagare interessi agli investitori esteri. Quindi, alla fine, gli rimane comunque una somma inferiore a 1000 soldi da poter reinvestire (anche nel modo più efficiente possibile) nella sua economia interna. Conclusione: con questi vincoli lo Stato impoverisce necessariamente la popolazione. Se poi toglie lo stipendio al forestale per consentire ad una certa azienda di investire in ricerca, il risultato rimane lo stesso: meno soldi nell’economia, meno domanda e quindi -> deflazione.
      Per quanto riguarda la BCE, la situazione è la seguente. Attualmente il massimo che può fare è comprare titoli di stato per calmierare lo spread. Questo non modifica in alcun modo il fatto che gli Stati debbano raggiungere il pareggio di bilancio. Tu forse ti riferisci alla remota ipotesi (remota tanto quanto la possibilità che un’auto, schiantandosi contro un muro, riesca ad attraversarlo sfruttando l’effetto tunnel… tu mi capisci…) che la BCE venga riformata in stile americano e che quindi possa ripianare sempre e comunque i debiti degli stati nazionali, stampando moneta all’occorrenza. Questo non accadrà MAI, per il semplice fatto che i paesi creditori del nord (Germania in testa) temono che una politica monetaria eccessivamente espansiva produca inflazione: se l’inflazione crescesse, questi paesi verrebbero ripagati, alla scadenza dei prestiti, con moneta svalutata in termini reali, ossia con minor potere d’acquisto. Siccome la Germania non vuole che ciò accada, non permetterà mai una simil riforma. Siccome la linea tedesca è di maggioranza in Europa (non solo perché la Germania è il paese egemone, ma anche perché la sua linea è appoggiata da tutti gli Stati limitrofi del nord che hanno interessi economici più simili ai suoi), questa riforma è inattuabile. In secondo luogo una BCE che finanzi pressoché illimitatamente i paesi del sud non risolverebbe comunque la situazione. Questo è un po’ difficile da spiegare in poche parole, magari ne riparliamo faccia a faccia. L’idea è che i debiti (privati, lo ribadisco) verso l’estero che hanno messo in ginocchio le nostre aziende sono stati causati da ben precisi squilibri macroeconomici fra gli stati membri che continuerebbero ad esserci anche se la BCE avesse una stampante indistruttibile. Così, inondare le economie periferiche di liquidità, farebbe semplicemente ripartire la spirale di indebitamento: ci arrivano i soldi ma poi, siccome il meccanismo che ci fa indebitare è intatto, noi questi soldi li useremmo per acquistare prodotti esteri e quindi indebitarci sempre di più. Così non si capisce, lo so. Un po’ alla volta cercherò di affrontare anche questo tema su questo blog. Comunque, ti informo che ci sono economisti che pensano effettivamente che una BCE più simile alla FED sarebbe la soluzione, mai sentito parlare di MMT? Comunque, io non sono di questa opinione.

      Mi dispiace ma più disoccupazione fa molto comodo agli imprenditori, soprattutto a quelli che contano veramente, quelli “grossi”. Sono proprio questi che hanno spinto per l’adesione alla moneta unica e che ora la difendono strenuamente. E’ chiaro che una piccola impresa (magari un’impresa a gestione familiare) ragiona come dici tu e che non ha alcun interesse a pagare meno gli operai (piuttosto vorrebbe vendere di più!), nessuno lo mette in dubbio. Quelle grandi, quelle guidate dai grandi “capitalisti” (spero nessuno si offenda se uso questi termini ormai passati di moda ma ancora attualissimi) invece sì. Pensa alla FIAT, che vende i propri prodotti anche all’estero: siccome i suoi acquirenti non sono solo in Italia, gliene importa relativamente se gli italiani non hanno più soldi per comprare automobili, tanto le venderà a qualcun altro. Per cui, riuscire a pagare di meno i lavoratori minacciando licenziamenti fa molto comodo ai dirigenti, altroché! E l’euro, come ho già spiegato in un commento di cui sopra, ha favorito enormemente questa lotta di classe del capitale contro i lavoratori. I meccanismi anche in questo caso non sono esplicabili in due parole (dovresti almeno sapere che cos’è la curva di Phillips) e anche qui ti prometto una chiacchierata in proposito, se ti interessa. Ora chiediti: chi conta di più politicamente? Il gestore dell’alimentari sotto casa, oppure un qualche Montezemolo?

      Et dulcis in fundo, la parte che mi diverte di più: i miti sulla nazione teutonica!! Le informazioni che riferisci sulla Germania rispecchiano perfettamente quella che è la propaganda a senso unico che si trova sui giornali e in televisione, quindi non te ne faccio una colpa ;P
      I dati però dicono cose diverse: in alcuni casi sono proprio sbagliati (!), in altri casi bisogna saperli interpretare correttamente. In fondo ti linkerò delle “letture consigliate” dove questi dati vengono esposti per filo e per segno.
      Partiamo dai salari.
      I salari tedeschi sono sicuramente più alti dei nostri. Purtroppo questo è un dato irrilevante, senza significato. Mi spiego. Prendere l’ammontare dei salari italiani e tedeschi in un dato giorno, ad una data ora e confrontarli, non serve a nulla: infatti, il dato statico, privato della sua dinamicità, non dà alcuna informazione. Prendiamo due salari A e B di due paesi diversi AA e BB e poniamo che inizialmente A>B. Diciamo che i due paesi ad un certo punto adottino una moneta unica. Può accadere che i salari A calino nel tempo, mentre i salari B crescano, ma che alla fine valga comunque A>B. Ci siamo? Purtroppo, essendo in regime di cambio fisso, nonostante A rimanga maggiore di B, il paese AA, reprimendo i propri salari, ha effettuato una svalutazione competitiva, secondo il meccanismo enunciato nell’articolo. Perciò, il povero paese BB si trova ad essere meno competitivo rispetto ad AA (e quindi rispetto anche al resto del mondo, in virtù della moneta unica), nonostante i salari A siano, ad ogni istante osservato staticamente in sé e per sé, sempre maggiori di B. Se hai capito questo concetto sei un pezzo avanti rispetto a tante persone che si spacciano per economisti, fidati.
      Ora, questa è esattamente la situazione fra Germania e Italia: la Germania ha ancora salari reali più alti dell’Italia, ma dal 2003 al 2009 si sono ridotti del 6%!!
      E così arriviamo alla seconda questione: sindacati più forti???? Ma dove????
      Sindacati che subiscono impotenti una riduzione reale dei salari del 6% in 7 anni non sono affatto, almeno secondo me, sindacati “forti”. Conta che i salari reali italiani, dal 2003 al 2007 (scoppio della crisi) salivano!! Poco, pochissimo, ma salivano. Per cui, questa cosa dei sindacati più forti, a me non la danno a bere.
      Per non parlare della disoccupazione! Nel 2007 (appena prima dello scoppio della crisi) la disoccupazione in Germania era di mezzo punto percentuale più alta di quelle francese, spagnola e greca; quasi 3 punti più alta di quella italiana e oltre 4 punti più alta di quella irlandese. Fonte? World Economic Outlook 2011, ovvero dati FMI, astenersi complottisti. Come vedi i dati ricalcano alla perfezione la tesi (comprovata) che dal 2003 la Germania ha effettuato una svalutazione interna competitiva per avvantaggiarsi slealmente nei confronti del sud europa. il tutto seguendo le dinamiche illustrate nell’articolo: il tutto sulla pelle dei propri lavoratori (da qui la disoccupazione più alta e la progressiva diminuzione dei salari reali).
      Ma non finisce qui!! La virile Germania che vince la guerra commerciale con la Cina! Ossì, giammai si vide sul globo terracqueo cotanta economica ingeniosità et strategica sapientia!
      … ma anche no…
      Nel 1999 la Germania era in deficit commerciale con la Cina di ben 5 miliardi di dollari. Poi è arrivato l’euro. L’export tedesco è decollato (e un po’ dovresti aver capito perché e verso quali lidi). Però… nel 2007 la Germania ha registrato un deficit commerciale con la Cina di ben 24 miliardi di dollari! Cosa ne dici? Bello eh? Un trend fantastico! La Germania che vince la lotta coi cinesi, sì, nelle favole (della propaganda piddina)! Ora, con la crisi il saldo commerciale della Germania con la Cina è chiaramente migliorato, nessuno lo mette in dubbio (non sono sicuro che sia addirittura andato in positivo, ma è ininfluente). Però, leggendo i dati, si vede chiaramente che questo miglioramento non è dovuto ad un boom delle esportazioni tedesche, bensì ad un collasso delle importazioni! In altre parole, è arrivata la crisi e i tedeschi hanno ridotto le importazioni perché avevano meno soldi da spendere. Questo è un altro esempio in cui considerare i dati staticamente, ignorando la loro dinamica, si presta a pericolose strumentalizzazioni.
      E questo è quanto.

      Scusa per il tono leggermente sarcastico, ma su questi argomenti non riesco a fare altrimenti. Come ho già detto, non ce l’ho affatto con te e anzi ti ringrazio ancora per il tuo commento. Spero che questo breve flash di informazioni abbia contribuito a stimolare il tuo interesse verso queste tematiche, che sono molto importanti (almeno secondo me).
      Come promesso, eccoti i link di approfondimento: questo, questo, questo, questo e questo.

      Ma ora basta parlare di queste cose! Organizziamoci per capodanno che è meglio!
      Ciao Lolli a presto!!!

    • Francesco Minotti ha detto:

      Ah, dimenticavo!!
      La svalutazione che non serve perché aumenta il costo delle importazioni. Scusa, sono un inetto, ma rimedio subito!

      Allora, non funziona così. La svalutazione del tasso di cambio rende immediatamente più competitivi i propri prodotti nelle esportazioni e più costose le importazioni. Senza dubbio!
      Però, nel mercato interno, le conseguenze negative della maggior costosità delle importazioni non si palesa istantaneamente. Ti chiederai: perché mai? Ebbene, ragioniamo. Ad un consumatore come te, cosa gliene frega se i petrolieri pagano di più il petrolio e se il settore energetico paga di più il gas? Converrai con me che il cittadino subisce le conseguenze negative solo nel momento in cui esse si palesano attraverso l’aumento dei prezzi al consumo (nel nostro caso dell’energia ma, magari, anche di altri beni). Quindi, è chiaro, tutto sta nell’osservare come si comporta l’inflazione rispetto alle svalutazioni del tasso di cambio: se ad una svalutazione dell’x% corrisponde un’inflazione dell’x%, allora è chiaro che le svalutazioni non solo sono inutili, ma sono anche dannose! Parentesi: tanti commentatori oggigiorno insinuano questo stretto legame fra inflazione e svalutazione, facendo, di fatto, del terrorismo mediatico. Infatti, i dati economici del passato mostrano chiaramente come questo legame sia in realtà molto labile. Tecnicamente ciò che si studia statisticamente è la percentuale di svalutazione che si traduce in inflazione. Ebbene, nei peggiori casi questa percentuale non supera il 30% (ho cercato il link da consigliarti ma non lo trovo, uffa!). Il che significa che se si svalutasse del 30%, nelle ipotesi più pessimistiche l’inflazione crescerebbe del 9%, non di più. E conta che questa è una stima basata su osservazioni storiche. Un esempio pratico può essere la svalutazione della lira del 1992 (per approfondire leggi qui): la lira svalutò di circa il 20%, l’inflazione l’anno successivo scese di un punto percentuale. Non male eh? Oltretutto conta che l’inflazione si manifesta a poco a poco, mentre la svalutazione mostra subito i suoi effetti benefici.
      Detto questo, anche se i benefici di una eventuale svalutazione non fossero così evidenti, per quale ragione dovremmo continuare a flagellarci tentando di mantenere in vita un tasso di cambio che per noi, per i fondamentali italiani, è decisamente sopravvalutato?
      E’ singolare come gli economisti di destra (fra cui ci metto anche quelli del PD e compagnia bella), che si mostrano tanto liberisti in qualsiasi settore economico, propugnando il loro adorato dogma della divina capacità del mercato di autoregolarsi grazie al naturale funzionamento della legge della domanda e dell’offerta, vogliano poi impedire a questa legge di agire sui tassi di cambio! Ci hai mai pensato? Per me è incredibile. Deregulation deregulation… e poi vogliono regolare artificiosamente i tassi di cambio mantenendoli fissi. Bah, sarò io che sono malizioso ma… qualcosa puzza di marcio.

      Quindi, anche questo, purtroppo, era solo un luogo comune. Perfetto per spaventare la povera gente (oddìo, se svalutiamo i prezzi esploderanno!), ma nient’altro che un luogo comune. Per approfondire: qui.

      Risaluti!

  • Mauro ha detto:

    Gran bell’articolo, grazie per avere esplicato in modo chiaro anche per un profano!

  • Luca P ha detto:

    Buonasera carissimo! Ho giusto una considerazione da fare.
    Dati alla mano è impossibile non essere d’accordo con te su questo squilibrio del mercato europeo, ma non credi sia una semplificazione eccessiva l’affermare che le varie politiche economiche attuate dai vari paesi europei vogliano essere causate quasi totalmente dal tentativo da recuperare competitività a livello europeo?
    O meglio, non credi che si sarebbero effettuate manovre simili anche se i vari paesi membri avessero ancora valute diverse e quindi un cambio flessibile tra di loro?
    Si sarebbe di certo riequilibrato di più il mercato dell’eurozona, ma le aziende avrebbero dovuto ugualmente competere con il mercato asiatico il che richiede necessariamente tagli ai costi di produzione, che se vuoi si possono tradurre con le politiche economiche di cui sopra, da parte degli stati. Non c’è cambio flessibile che tenga se il tuo avversario ha costi di manodopera 1/10 dei tuoi (a voler esagerare in difetto).
    Cosa ne pensi?

    • Francesco Minotti ha detto:

      Ciao Luca P! 😛 Come stai?
      Allora, domanda lecita!

      Le politiche economiche dei paesi europei, attualmente, sono guidate principalmente da due obiettivi: recuperare competitività a livello europeo e diminuire il debito pubblico. Il secondo di questi obiettivi è un feticcio ideologico totalmente insensato: non è stato il debito pubblico a causare la crisi. Semmai, questa ossessione funge da ennesima giustificazione per la macelleria sociale in atto: se ti convinci che la colpa è del debito pubblico, poi è ancora più facile venderti la deflazione interna come necessaria perché, ti viene detto, lo Stato deve trovare i soldi per tappare il buco del debito… In realtà, se vogliamo credere che i nostri tecnici siano effettivamente tali, ragion vuole che la deflazione sia imposta esclusivamente per recuperare competitività (altrimenti sarebbero veramente incompetenti!).
      Per quanto riguarda i mercati internazionali, faccio una premessa.
      Prendiamo Spagna e Germania: hanno entrambi l’euro. Se la Cina volesse comprare una merce dalla zona euro, la comprerebbe dal paese che offre le condizioni migliori. Possiamo assumere, per semplificare, che la maggior competitività della Germania rispetto alla Spagna (all’interno della zona euro) si traduca nel fatto che la suddetta merce è prodotta in Germania con un prezzo finale di 100 e in Spagna con un prezzo finale di 120. Nell’articolo ho tentato di spiegare come questo si traduca, per via del cambio fisso, in uno squilibrio alquanto fastidioso se considerato anche soltanto all’interno dell’unione monetaria. Purtroppo ciò diventa uno squilibrio molto fastidioso anche verso il resto del mondo (almeno per la Spagna): è chiaro che in una tale situazione la Cina preferirà comprare dai tedeschi e non dai poveri spagnoli! Concludendo questa breve osservazione, ora capisci come il fare parte di un’unione monetaria ed essere poco competitivi all’interno di essa, significa essere poco competitivi anche verso l’esterno, verso il resto del mondo. Per cui non regge il sillogismo “alla cazzo” (come direbbe Lori): “siamo in deficit anche verso il resto del mondo, quindi la colpa è nostra e non dell’euro”. Pensaci.
      Tutto questo alla faccia sempre di quelli che “l’euro ci consente di competere meglio con la Cina”… un cambio sopravvalutato non ti fa competere meglio, anzi!

      D’altronde l’osservazione che hai fatto al riguardo delle economie asiatiche si inserisce appieno in una delle classiche obiezioni del luogocomunista medio: oddìo, come faremo a competere con i giganti! senza l’euro l’Italia sarebbe schiacciata dai mercati! siamo troppo piccoli per permetterci una nostra sovranità monetaria!
      Questa idea che un paese piccolo non possa sopravvivere da solo non sta né in cielo né in terra. Potrei liquidarti chiedendoti: e la Svizzera allora come fa?
      E invece, visto che ti voglio bene, spenderò qualche parola in più.
      Prima di tutto, giusto per sottolineare ancora una volta che 1) i problemi sono interni alla zona euro e 2) l’euro non ha portato alcun vantaggio in termini di competitività con il resto del mondo, guardati il primo grafico di questo post (poi magari leggitelo tutto che è interessante): http://goofynomics.blogspot.it/2012/02/reichlin-vs-tutti-ovvero-germany-vs.html
      Come vedi, il saldo commerciale della zona euro con il resto del mondo era prossimo allo 0 nel 1999 e lì è rimasto anche in seguito, fino ad oggi. Questo significa che al netto delle esportazioni, la zona euro è pressoché un sistema chiuso (“al netto” significa che, certo, l’Europa esporta molto, ma importa altrettanto, per cui facendo la differenza, “al netto” viene 0). In più, se consideri che la Germania è in surplus con i paesi non-euro, capisci che i PIIGS nel complesso sono in deficit.
      Poi, bisogna capire una volta per tutte che le dimensioni geografiche di un paese contano poco o nulla sul piano del benessere economico: citando il prof. Claudio Borghi, “il fatto che in Cina ci siano 1,5 miliardi di persone avrebbe una qualche importanza se dovessimo giocare al tiro alla fune”. Non so se il concetto è chiaro… La grandezza economica, invece, si misura con il PIL nazionale, ed è una cosa ben diversa!
      L’Italia nel 2012 si piazzava al decimo posto per quota di PIL mondiale. Consideriamo quindi i Paesi con dimensioni comparabili, prendendo i quattro davanti a noi (Russia, Brasile, Regno Unito, Francia), e i quattro dopo di noi (Messico, Corea, Canada, Spagna). Escludendo Francia e Spagna, gli altri godono di autonomia valutaria. Ebbene, come hanno reagito questi paesi allo shock Lehman del 2008? Hanno tutti svalutato in termini nominali, dall’11% del Canada al 25% del Messico. (Giusto per saperlo, l’Italia ha rivalutato dell’1%… che culo eh!) Bene, nel 2009 nessuno di questi paesi ha avuto un aumento dell’inflazione (alla faccia di quelli che “svalutazione = inflazione”) e, per quanto riguarda gli effetti della crisi, solo Messico e Russia hanno registrato una diminuzione del PIL superiore a quella italiana. Bene, queste sono state le reazioni dei paesi con dimensioni economiche comparabili a quelle italiane: se loro possono godere di sovranità valutaria senza essere schiacciati dai mercati, perché noi non dovremmo?

      Infine, beh, direi che il tasso di cambio flessibile reagisce bene ai costi di manodopera da terzo mondo… è chiaro che non risolve tutti i problemi ma… Hai dei dati economici che suggeriscono il contrario, o stiamo parlando di fuffa da bar? Il punto è che la “race to the bottom” che costringe a pagare di meno gli operai per poter rimanere sul mercato ha senso ed è ineludibile solamente se il tasso di cambio è fisso, pensavo di averlo spiegato piuttosto bene… vabbé.

      Bene, come hai visto non ti ho trascurato, si sono fatte addirittura le tre di notte e ora me ne vado dormire.
      Saluti a te e alla tua gentile consorte. A presto!

      • Luca P ha detto:

        Alla faccia, mi hai scritto un altro articolo! Ti ringrazio, ma non c’era bisogno di fare le ore piccole per rispondermi! 😛
        Comunque le mie erano domande e non affermazioni, quindi di dati non ne ho da riportare.
        Quello che dici è chiarissimo, nella mia testa le aziende spingeranno SEMPRE verso una riduzione dei costi di produzione (lo vediamo proprio adesso all’università come per minimizzarli bisognerebbe spingersi sempre più verso l’automazione). Tutto sta nello stato se lasciarglielo fare attraverso la riduzione della manodopera, cosa che sta accadendo come dici per recuperare competitività a livello europeo. Da qui la race to bottom, giusto?
        La mia domanda però voleva forse rispecchiare la mia ignoranza in materia economica, mi permetto di formularla in maniera più generale e teorica scordandoci momentaneamente dell’euro e dei cambi fissi (dei quali ribadisco non sto assolutamente prendendo le difese).
        Il cambio flessibile a mio dire riequilibrerebbe i mercati di due nazioni che offrono prodotti con prezzi dello stesso ordine di grandezza. Se invece l’azienda dello stato A vendesse un prodotto a 100 denari e l’azienda dello stato B vendesse lo stesso prodotto a 10, il mercato dello stato A dovrà svalutarsi di parecchio prima di ritornare competitivo con i prodotti di B solo grazie al cambio flessibile, sbaglio? Allo stato A in questo caso non converrebbe attuare politiche similari a quelle della race to bottom, per ritrovare competitività più in fretta? E’ questo che non capisco.
        Mi devo fare regalare “economia for dummies” per natale? 🙂

        Scusa se sto andando fuori tema e grazie in anticipo.
        Buona serata!

        • Francesco Minotti ha detto:

          (è singolare come i tuoi commenti arrivino sempre a ore tarde… ho sonno!!)

          è chiaro! Le aziende spingeranno sempre per ridurre i salari, non c’è dubbio! Nient’altro che l’eterna lotta di classe… oggi non va più di moda chiamarla così ma la sostanza non cambia. Sta allo Stato regolamentare il mercato del lavoro e sta ai lavoratori, attraverso le lotte sindacali e il voto politico, cercare di ottenere maggiori tutele. Mi permetto di farti osservare come, con l’introduzione dell’euro, i “capitalisti” abbiano preso una volta per tutte il coltello dalla parte del manico: ti sei mai chiesto perché la lotta sindacale sia diventata del tutto inefficace? Beh, è chiaro se ci pensi: siccome l’unico modo di competere è abbassare i salari, i lavoratori possono protestare quanto vogliono, ma il governo avrà sempre la giustificazione pronta: “non possiamo fare altrimenti, non ci sono i soldi”. Nient’altro è che il cosiddetto “vincolo esterno”, o se vuoi il “ce lo chiede l’Europa”: i lavoratori sono costretti a subire perché, rimanendo nell’euro, dobbiamo sottostare alle regole dell’euro (e quali siano queste regole, beh, si è capito). Nient’altro. Magari ora ti è più chiaro il perché gli imprenditori abbiano spinto fortemente per l’adesione alla moneta unica (garanzia di poter prevaricare le istanze sindacali) e perché Bagnai definisce l’euro come un vero e proprio “strumento di lotta di classe”, nell’intervista che gli ho fatto: http://www.discorsivo.it/blog/2012/11/11/alberto-bagnai-una-visione-accademica-delleuro-parte-1/
          [In realtà questa situazione è cominciata nel 1979 con l’adesione allo SME, ma è una storia lunga, forse in futuro te ne parlerò.] Domanda: dov’era la “sinistra” mentre accadeva tutto questo? Ah, dimenticavo, sono loro ad averci fatto entrare nell’Unione…

          Comunque, per chiarirti un po’ le idee, magari rileggiti l’articolo: non ho mai scritto che la funzione del cambio flessibile è quella di riequilibrare i prezzi! La sua funzione è riequilibrare i flussi di import/export, ossia gli squilibri commerciali.
          Il problema non è tanto se le scarpe prodotte in Corea costano meno di quelle prodotte in Svizzera (pur applicando la conversione valutaria), il problema è impedire che le importazioni della Svizzera rimangano persistentemente superiori alle esportazioni (deficit delle partite correnti), a questo serve il cambio.
          Provo a spiegarmi meglio. Mettiamo che la Corea produca scarpe che, in franchi svizzeri, costano 10. La Svizzera ne produce con prezzo finale pari a 50. Qui ho preso entrambi i costi in franchi svizzeri, come se avessimo già effettuato la conversione. Se la Svizzera ne importa 5 paia e ne esporta 1, l’import/export è in equilibrio (5×10=50) e ciò vuol dire che nei mercati valutari c’è ugual domanda delle due valute, e quindi non c’è motivo per cui il tasso di cambio bilaterale fra Corea ed Svizzera si debba svalutare o rivalutare.
          Meglio?
          Se invece la Svizzera importasse 10 paia di scarpe (10×10=100) e ne esportasse solo 1, e beh, questo sì che sarebbe uno stimolo affinché il franco si svaluti rispetto alla valuta coreana (ma chissà come si chiama? boh). Se le aziende coreane si impegnassero ad offrire prezzi minori, metti pari a 5 franchi svizzeri, certo ne venderebbero un numero maggiore all’estero ma, per ricavare i 100 franchi di prima, ora dovrebbero venderne 20 paia, mentre prima gliene bastavano 10, siamo sicuri che ci riesca? Magari i prezzi minori, nel breve periodo, farebbero conquistare quote di mercato tali da ricavare addirittura più dei 100 iniziali. Però, se le esportazioni cominciassero ad eccedere le importazioni (e lo ripeto, non come numero di paia di scarpe, ma in termini di denaro scambiato), allora interverrebbe la flessibilità del cambio.
          Quindi ricorda: non si fluttua per pareggiare i prezzi, ma gli squilibri commerciali.

          Più che un libro di economia, ti consiglio il libro di Bagnai, comunque. Ben più utile ed interessante, te lo assicuro!

          • Luca P ha detto:

            Mea culpa, non avevo proprio afferrato questo punto.
            E pensare che mi ero riletto più di una volta la questione che non mi era chiara per evitare figuracce, e invece… 🙂

            Grazie ancora una volta della spiegazione!
            A presto!

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