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Alberto Bagnai: una visione accademica dell’Euro (parte 2)

di Francesco Minotti

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Continua dalla Parte 1

Dunque, visto che ha introdotto l’argomento dei mezzi d’informazione, perché secondo lei in Italia le questioni legate all’Europa e in particolare all’Euro vengono affrontate dai partiti politici e dai media esclusivamente mediante slogan e frasi fatte?

 Domanda complessa, perché solleva una serie di problemi specifici del nostro paese. Intanto vorrei chiarire una cosa, riguardo alla nostra situazione: come Robert Mundell ci ha spiegato nella sua teoria delle ‘Aree Valutarie Ottimali’, se alcuni paesi decidono di adottare una moneta unica pur non soddisfacendo i requisiti necessari al suo buon funzionamento (ad esempio l’avere fondamentali macroeconomici che siano allineati ed un mercato del lavoro omogeneo, caratteristiche che i paesi europei non hanno mai avuto…) è inevitabile che sorgano seri problemi. Per esempio, se un paese cominciasse a trovarsi in difficoltà – cosa che oggi sta evidentemente accadendo – non potendo più svalutare la propria moneta per reagire ad uno shock esterno e recuperare competitività, esso dovrà necessariamente svalutare i salari. Questo significa che, in regime di moneta unica, ridurre i salari (e quindi il benessere) dei lavoratori è l’unico modo per recuperare competitività.

Come è noto, a partire dagli anni ’90 l’Euro in Italia è stato propugnato dalla sinistra. Questo significa che la sinistra ha di fatto sostenuto un cambiamento istituzionale che avrebbe fatalmente comportato una compressione dei salari. Ora, io non so e neppure mi interessa il perché lo abbia fatto, se per corruzione, perché i suoi rappresentanti sono stati catturati da certe lobby, o per semplice ignoranza. Ma il dato finale è questo, cioè che di fatto la sinistra ha mentito ai suoi elettori. Il problema che ne consegue è che in questa fase politica in Italia non c’è nessuno che abbia il coraggio di dire la verità. Quale verità? Che la moneta unica, per le sue caratteristiche intrinseche, aggravate dalla gestione attuale a livello europeo, va strettamente contro gli interessi dei salariati e delle classi subalterne, cioè è uno strumento di lotta di classe. Ora, normalmente ci si aspetta che la sinistra faccia la lotta di classe al fianco dei lavoratori, ma in Italia l’ha fatta contro i lavoratori! Così, non potendo dire la verità, né a sinistra né a destra, ci si rifugia nei luoghi comuni e in una denigrazione del popolo italiano che assume toni perfino razzisti: ci sentiamo dire quotidianamente dai nostri giornali che siamo poco produttivi, che siamo fannulloni, che dobbiamo pagare per le nostre colpe. Ma questo è solo il frutto di una informazione distorta, perché guardando i dati ci si rende conto che la situazione è ben diversa: è stato l’Euro a creare difficoltà immense all’Italia, ma nonostante questo il nostro paese è ancora una potenza industriale della quale Francia e Germania possono ancora avere paura, almeno fino a che non ci avranno distrutti completamente, epilogo al quale, di questo passo, giungeremo ben presto.

Ciò che oggi risulta estremamente chiaro è che a livello europeo è stata presa una decisione molto aperta e molto evidente: quella di gestire la politica europea attraverso il meccanismo delle crisi, per costringere i popoli ad accettare in fase di difficoltà quello che altrimenti, con un normale processo democratico, avrebbero probabilmente rifiutato. Per esempio, oggi tutti parlano di più Europa e di maggiore integrazione politica fra gli stati membri: in effetti nell’ultimo periodo si stanno facendo passi da gigante in questa direzione. Ma siamo sicuri che in una situazione normale, senza la crisi, i popoli europei avrebbero accolto così favorevolmente le sempre più ampie cessioni di sovranità?

D’altronde lo diceva lo stesso Prodi in un’intervista del 2001 al Financial Times: «sappiamo che, così come sono, le cose non possono funzionare, ma prima o poi ci sarà una crisi e metteremo le cose a posto». E oggi neppure Monti ne fa mistero.

Chiaramente questo è un problema di democrazia enorme. Io ho parlato con molti colleghi italiani di “sinistra”, ma nessuno intende associarsi alla denuncia del fascismo dell’Euro. Fanno tutti spallucce! Tutti a dire «Eh sì Alberto, ma tu sei così…non puoi dire queste cose». Ma che cos’è sottrarre il destino di una nazione al controllo dei propri cittadini e gestirlo in modo paternalistico e autoritario, se non fascismo? Purtroppo gli economisti vogliono fare gli economisti… Ma l’economia politica è, appunto, ‘economia politica’. Dall’America ci viene l’ordine di chiamarla Economics, eliminando sin dal nome la dimensione politica e fingendo che si tratti di una disciplina del tutto tecnica, anche se non è così. Monti in fondo è l’espressione diretta di questo pensiero, no? Egli non è nient’altro che un politico che sta attuando una serie di misure dirette esplicitamente contro i lavoratori, asserendo però che le sue decisioni siano di natura prettamente tecnica, e quindi inevitabili.

Quello che io voglio dire è che rifiutare l’Euro significa prima di tutto rifiutare questo metodo di governo, non solo dell’economia ma dell’intera società, di tipo fascista: il metodo della shock economy che consiste nel mettere in difficoltà una popolazione affinché sia costretta a fare ciò che le élite hanno deciso.

 E all’estero lo stato dell’informazione su questi temi com’è?

 Io lavoro anche in Francia, che è un paese che non è ancora in crisi, ma che lo sarà tra poco, come è facile pronosticare analizzando la traiettoria dei suoi fondamentali macroeconomici (e questo l’ho spiegato anche sul blog). La situazione in Francia è, per quanto riguarda l’informazione, molto diversa da quella italiana. La Francia è un paese più libero, un paese che ha un’identità nazionale. Una classe dirigente che come la nostra avesse l’idea di rivolgersi quotidianamente ai  suoi cittadini dicendogli «siete stati delle merde perciò vi meritate di essere puniti» non durerebbe nemmeno un secondo. In Italia invece si perpetua… ma perché? È semplice: l’elettore medio di sinistra preferisce pensare di avere delle colpe da espiare piuttosto che ammettere di essere stato tradito dai suoi politici e di essere stato, se si può dire, un po’ babbeo a lasciarsi gabbare.

Ad ogni modo, per capire come in Francia la situazione sia differente, basta pensare alla diversa rappresentazione che viene fornita del cosiddetto miracolo economico tedesco: in Francia i media parlano liberamente del fatto che il successo tedesco è dovuto ad una svalutazione competitiva dei salari, che questo tipo di pratica è stata possibile per via dell’esistenza di un mercato del lavoro duale, perché i lavoratori dell’est a vent’anni dall’unificazione sono ancora discriminati in termini salariali e perché è stata adottata una precarizzazione di massa con le riforme Hartz dei mini-job. Queste cose in Francia le dicono i telegiornali in prima serata, qui in Italia le diciamo io, Voci dalla Germania e pochi altri blog di nicchia, nonostante siano cose evidenti per chi conosce i dati, tanto che perfino l’Organizzazione Internazionale del Lavoro delle Nazioni Unite (ILO) ne ha parlato nel rapporto dello scorso dicembre. Questo rapporto, in Francia, è stato ripreso da Le Monde, mentre in Italia è stato del tutto ignorato. In Italia non esiste una singola voce critica contro l’Euro a cui sia dato di parlare venti minuti per dire quello che pensa in una prima serata televisiva. Se lo permettono ti mettono contro, come è successo a Paolo Becchi, due pasdaran che mirano esclusivamente a fare casino al fine di creare confusione ed assicurarsi così che non emerga nulla.

Se non sbaglio lei sta scrivendo un libro che uscirà fra poco e nel quale sta riassumendo e approfondendo tutti gli argomenti che abbiamo toccato solo marginalmente in questa intervista. Ci può dire qualcosa al riguardo?

 Sì, il libro dovrebbe uscire il 7 novembre e si intitolerà “Il tramonto dell’Euro”, ho appena mandato un contratto firmato all’editore, ci sto lavorando con un gruppo di lettori del blog che mi sta aiutando tantissimo. Mi rimane da scrivere in questi ultimi giorni la parte riguardante gli scenari futuri. Il libro contiene fra le altre cose un’analisi storica sulla quale continuo ad insistere perché secondo me è molto importante capire cosa è successo, in modo da formarsi un giudizio politico. Per esempio, il divorzio Tesoro-Banca d’Italia, avvenuto nel 1981, non è stato un atto tecnico bensì un atto politico: è qualcosa che ha orientato la distribuzione del reddito in un certo modo e per sempre, è qualcosa che ha messo in difficoltà il finanziamento dello Stato costringendolo a tagliare le spese sociali e a pagare un sacco di interessi sul debito pubblico… Capire questo, capire che c’era Monti già allora nel think tank che progettava queste cose, che queste persone erano già lì trent’anni fa e che più o meno facevano le stesse cose che fanno oggi è molto importante per formarsi un giudizio politico.

Io continuo a dire, prendendomi del presuntuoso, che una volta che si capisce tutto questo, quello che c’è da fare risulta abbastanza banale: dobbiamo uscire dall’Euro perché altrimenti ne moriremo.

Sarebbe meglio che accadesse ora piuttosto che fra qualche anno, secondo lei?

 È assolutamente evidente che sarebbe meglio, dal punto di vista della razionalità economica, nonché dell’interesse del paese, abbandonare il prima possibile la moneta unica, finché non siamo ancora distrutti e colonizzati. Lei vede che ogni giorno un’azienda italiana passa in mano straniera, ogni giorno il tessuto sociale e industriale del paese si disgrega, e con esso si disgregano le energie che, una volta usciti dall’Euro e ristabiliti i normali principi di politica economica che uno Stato deve avere (come la manovra del cambio e la politica monetaria), sarebbero necessarie e ci permetterebbero di reagire con vigore. Quindi, se noi continuiamo con questa agonia per altri due o tre anni certo che la situazione sarebbe problematica. Quello che la storia insegna è che qualsiasi forma di aggancio nominale fra paesi diversi è sempre finito in un bagno di sangue economico, nel senso che alla fine c’è sempre stata la crisi e c’è sempre stato il distacco e la svalutazione. Quindi tanto vale che ci togliamo il dente adesso perché abbiamo ancora la possibilità di gestire degnamente la situazione. È ovvio che non si risolve tutto solamente con l’uscita e che questa deve essere accompagnata da una serie di politiche economiche molto precise. Però, il punto è che adesso ancora ce lo possiamo permettere, abbiamo ancora delle energie che fra due o tre anni invece… chissà… questo è il vero problema.

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Un commento per “Alberto Bagnai: una visione accademica dell’Euro (parte 2)

  • Lorenzo Gangitano ha detto:

    Complimenti per l’articolo, la posizione del Professore e’ molto chiara ma, almeno per me, non convincente. Ogni volta che si parla di Euro mi sembra la solita ricerca della scorciatoia che miracolosamente ci salvera’. Quando si parla di competitivita’ descriverla come una mera questione di salari mi pare riduttivo. La competitivita’ non si esaurisce qui! Si dovrebbe parlare di evasione fiscale che toglie risorse allo Stato, di infrastrutture fisiche (non ci sono autostrate che colleghino Ionio e Tirreno da sotto Napoli tacendo delle isole) e informatiche che rallentano il commercio e lo sviluppo, di un sistema legale che soffoca e invita all’evasione, di mafia, di amministrazioni mediocri e cosi’ via. Credo che parlare solo di euro e, peggio ancora, fare della lotta all’euro la panacea di tutti i mali distrae da freni ben piu’ reali e ben piu’ urgenti dello sviluppo italiano. L’euro e’ stato gestito male (basta ricordare che i prezzi dei beni di largo consumo raddoppiati praticamente il giorno stesso del cambio moneta) ed e’ sicuramente migliorabile. Tuttavia, a parer mio, temo che un’uscita dall’euro incrementerebbe la vendita di proprieta’ italiane (faccio riferimento a quanto scritto dal professore) in quanto la nuova lira, svalutata per aumentare la competitivita’ (sic), renderebbe appetibile l’acquisto di immobili e imprese in IT, e al contempo per noi la vendita incamerando valuta estera. Tralasciando che ripagare il debito in lire ci costerebbe molto di piu’ in quanto, come appurato, la svalutazione crea seri problemi di liquidita’ e di debito a chi ha un reddito fisso (ampia maggioranza degli italiani) che faticherebbero a ripagare il debito privato accumulato durante la permanenza nell’euro.

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