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Alberto Bagnai: una visione accademica dell’Euro (Parte 1)

di Francesco Minotti

Pubblicato il

Alberto Bagnai è docente di economia all’Università G. d’Annunzio di Chieti-Pescara. La sua attività di ricerca riguarda le economie emergenti e la sostenibilità del debito pubblico ed estero. In passato ha scritto per Il Manifesto, La Voce e altre testate nazionali; attualmente collabora come blogger per Il Fatto QuotidianoLa sua recente popolarità è dovuta però al blog ‘Goofynomics, dove, da un anno a questa parte, il Professore analizza nei minimi particolari le problematiche legate alla moneta unica europea, avanzando interpretazioni che, come egli stesso riconosce, non sono affatto personali o innovative, ma che al contrario si basano su teorie assodate e molto note in ambito accademico. Perciò, il fatto che queste “banalità” risultino totalmente in disaccordo con ciò che quotidianamente i media nazionali ci raccontano, suscita quantomeno un certo stupore, nonché qualche interrogativo.

E da questi interrogativi nasce questa intervista, nient’altro che un tentativo di fare chiarezza su argomenti che, volenti o nolenti, ci toccano da sempre più vicino.

Professore, lei propugna una posizione molto critica nei confronti della moneta unica europea. Una cosa che non molti sanno, però, è che già a partire dagli anni ’90 numerosi e rinomati economisti avevano previsto i problemi che l’adozione dell’Euro avrebbe comportato. Ci fa qualche nome?

Sì, gli esempi risalgono se vogliamo addirittura agli anni ’50, quando di Euro non si parlava nemmeno, ma era già chiaro che l’introduzione di una moneta unica in un’area eterogenea, come è tuttora quella europea, avrebbe creato grossi problemi.

Fra gli esempi più recenti è interessante ricordare Rudiger Dornbusch, che voi forse conoscerete perché è l’autore di uno dei testi di economia fra i più adottati a livello universitario, il quale già nel ’97 aveva chiaramente preconizzato il fatto che l’entrata nella moneta unica avrebbe creato enormi difficoltà ai paesi del sud Europa e in particolare all’Italia. Un altro esempio può essere Paul Krugman, che negli stessi anni spiegava come la moneta unica, essendo stata plasmata ad immagine e somiglianza della potenza egemone, non fosse stata creata per rendere felici tutti i paesi europei, bensì unicamente per favorire la Germania. D’altronde non è una cosa molto strana se ci pensate: è abbastanza normale che i processi politici come quello della moneta unica vengano guidati dal più potente fra i paesi che vi partecipano.

Entriamo nel merito delle sue tesi. Se non sbaglio, lei sostiene che l’attuale crisi non presenta affatto caratteristiche inedite e che anzi si inserisce pienamente in una tipologia che negli scorsi decenni ha colpito diversi paesi. Ci può fare qualche esempio? Brevemente, quali sono le dinamiche che hanno innescato tutte queste crisi?

 Dunque, intanto se vi dico che la crisi è stata prevista, banalmente vi dico che era prevedibile, nel senso che esiste un modello di riferimento che consente di prevederla. Vorrei parlarvi in proposito della teoria del ‘Ciclo Minskyano’ elaborata da Roberto Frenkel.

Fondamentalmente si tratta di un modello centro-periferia in cui c’è un paese potente, come possono esserlo gli USA o la Germania, che per qualche motivo, facilmente intuibile, ha interesse a “colonizzare” – uso questo termine fra virgolette, in senso economico – un paese meno progredito. Il primo passo si verifica quando il paese “egemone” propone al paese “arretrato” la fissazione del tasso di cambio e la liberalizzazione dei movimenti di capitale e dei mercati finanziari. Questo consente al paese egemone di riversare i propri capitali nel paese periferico: il vantaggio consiste nel fatto che, in questo modo, il paese periferico è portato ad acquistare i prodotti e il surplus industriale del paese egemone. Chiaramente questo gioco per cui io, paese egemone, finanzio i paesi periferici affinché acquistino i miei beni, comporta per i cittadini della periferia l’assunzione di forti debiti. E quello che si accumula è debito privato: sono i cittadini, le famiglie e le imprese ad indebitarsi; essi si indebitano perché trovano del credito offerto a buon mercato per via dell’ottimismo innescato dalla liberalizzazione dei movimenti di capitale. Questa fase è però destinata a finire, o a causa di un fattore esogeno (per esempio una recessione che scoppia da qualche parte) o semplicemente per il fatto che i creditori si accorgono che i debitori cominciano ad essere in difficoltà. A quel punto inizia la catastrofe: gli spread decollano e si verifica ciò a cui assistiamo in questi giorni in Europa. In passato ciò è già successo in Argentina, Cile, Korea, Messico e più recentemente in Portogallo, Spagna, Grecia etc.

È bene sottolineare che questa interpretazione possiede due caratteristiche che da un lato sono totalmente in accordo con i dati economici ma, guarda caso, totalmente in disaccordo con ciò che i media ci dicono ogni giorno.

Prima di tutto, il problema è creato dal debito privato e non dal debito pubblico: questo i dati ce lo dicono chiaramente nel caso dell’Eurozona in quanto, in quasi tutti i paesi che ora sono in difficoltà, prima che scoppiasse la crisi il debito pubblico era in calo mentre in tutti il debito privato stava aumentando in maniera molto rilevante. In secondo luogo, il meccanismo è innescato dal cambio fisso: i giornali ci dicono che l’Euro ci ha protetto, ma questa è una solenne scemenza! Il cambio fisso è infatti un elemento cruciale in questo meccanismo di aggressione del centro alla periferia, perché protegge i capitalisti del centro dal rischio di cambio sui propri investimenti: la periferia non potrà svalutare e quindi loro rivedranno indietro i loro soldi senza che questi abbiano perso di valore.

Da ormai un anno a questa parte lei ha aperto un blog, attualmente molto seguito, in cui illustra e discute coi lettori i suoi punti di vista. Questo blog si chiama ‘GoofynomicsCi può spiegare le motivazioni che l’hanno spinta ad aprire il blog? Perchè il nome ‘Goofynomics’?

Il blog l’ho aperto nel Novembre scorso, quando ho cominciato a preoccuparmi seriamente, constatando che l’informazione italiana forniva una rappresentazione della realtà sempre più distorta e che la crisi economica veniva gestita in un modo tale da aggravare necessariamente la situazione. Infatti il primo post si chiama ‘I salvataggi che non ci salveranno’, e come vedete, a distanza di un anno possiamo dire che quei salvataggi effettivamente non ci hanno salvato.

Per quanto riguarda il nome del blog, il motivo è molto semplice: il nome deriva da Pippo, Goofy in inglese. Il motto del blog è infatti quello di Pippo «è strano come una discesa vista dal basso assomigli tanto ad una salita». Ciò si traduce in un invito a capire che l’economia si fa in due, e che esistono sempre due lati del problema: l’importazione di uno è l’esportazione di un altro, la svalutazione di uno è la rivalutazione di un altro. Noi oggi siamo abituati a valutare i termini del problema in modo unilaterale e moralistico, ovvero vediamo sempre soltanto che se un paese esporta allora è bravo, e non ci rendiamo conto che perché lui sia bravo ci deve essere necessariamente qualche altro paese che importa, il quale quindi è cattivo. Ma, come è ovvio, non si può essere bravi se nessuno è cattivo, e quindi possiamo dedurne che chi è cattivo non lo è realmente, ma è solo qualcuno che ti aiuta ad essere bravo!

Infine c’è una terza cosa, il metodo che ho adottato sul blog. Quando ho cominciato l’ho fatto in piena libertà: ho deciso di dire quello che pensavo, e l’ho detto come preferisco dirlo, con le parole di una persona che ha frequentato la cultura occidentale europea. Mi è stato detto «Parli difficile!», me ne sono infischiato, «Non mettere i numeri altrimenti perdi lettori!» e io ho insistito a mettere non solo i numeri ma anche le formule, «Non mettere i grafici!» e io mettevo i grafici. In questo modo ho totalizzato più di un milione e mezzo di visualizzazioni in un solo anno. Che cosa significa questo? Che le persone vogliono un’informazione di qualità, perché incominciano a realizzare che la televisione li inonda di fuffa, e di conseguenza reagiscono. Ci sono stati episodi divertenti in questi giorni, di giornalisti e politici fatti neri sui social network a causa dei loro sproloqui televisivi su questioni europee. C’è tanta gente oramai in grado di capire quando un politico o un giornalista mente e che è in grado, attraverso i social network, di interagire con lui e dirgli «stai mentendo!».

Continua con la Parte 2

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