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Cinque cose sul sogno americano imparate dai telefilm

di Nadia Naldi

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A quanto si dice, da un paio di secoli l’America è la terra promessa degli ambiziosi: concede a chiunque un’occasione per sfondare, non solo ai figli di notai. Peccato che il sapere comune sulla vita oltreoceano derivi da Dawson’s Creek, dalla programmazione di Mtv, e da una ventina di pagine di On the road. La scalata al sogno americano può essere così riassunta in cinque semplici mosse. Tra l’una e l’altra si percorre la Route 66 a bordo di una Camaro.

 

La Grande Mela. Prima di tutto bisogna raggiungere il luogo in cui è permesso perseguire la felicità con ogni mezzo (non ci riferiamo ad Ibiza a Ferragosto). Constatato che ben poche carriere estranee alla coltivazione della patata hanno avuto inizio in Idaho, è quindi consigliato sbarcare a New York, che tu sia un aspirante musicista, una drag queen in erba, un’armata aliena intenzionata a cancellare l’umanità dalla faccia della Terra. D’obbligo la visita a Times Square, con l’espressione del pendolare di fronte al tabellone della stazione senza ritardi. Importante ricordare di scattare almeno una foto ricordo della Statua della Libertà: se c’è una cosa sulla quale i film catastrofici di serie B e i profeti Maya concordano, questa è il maremoto che la farà sprofondare da un momento all’altro.

Cercare casa. Il self-made man può permettersi di affittare un monolocale solo nel condominio più losco della parte orientale degli Stati Uniti, con vista sulla villetta di Cogne. La coppia con cui divide il pianerottolo è dedita alla violenza domestica, il portinaio è un latitante calabrese. La finestra del bagno si affaccia sulla traballante scala antincendio, che dà su un vicolo chiuso da un muro di mattoni. Compresi nel piano urbanistico: bidone della spazzatura ricolmo, tombino fumante, gatto randagio, sagoma in gesso di vittima di omicidio, entrata di servizio di ristorante cinese che ricicla denaro sporco. In alto a destra targa in commemorazione del passaggio di Garibaldi. Brutto tempo previsto per l’intera settimana, accoltellamento tra gang il giovedì sera.

Trovare lavoro. Il primo impiego rimediato nella Grande Mela garantisce uno stipendio che permette a stento di vivere sopra la soglia di povertà, e fa rimpiangere il tirocinio formativo all’italiana. Il contratto di lavoro viola la Convezione di Ginevra. La divisione dei turni ricalca l’organizzazione di una fabbrica tessile inglese del 1860. Il superiore è sovrappeso e perennemente irritato. Mansioni tra le quali ci si può permettere di spaziare: lavapiatti, cassiere da Mc Donald’s, lustrascarpe, corriere di droga.

Cogliere l’opportunità. Dopo mesi di sopravvivenza grazie al take away cinese, e livelli di colesterolo da Show dei Record, l’opportunità di sfondare, o una trombosi fulminante, si presenterà da sé. Di buon auspicio l’incontro con un anziano nei pressi di un cantiere, che pronuncerà la fatidica frase: <<Tu hai le carte in regola per farcela, figliolo>>. Diffidare di indossatori di impermeabili. Dopodiché il vecchio si rivelerà essere l’accordatore di Jhonny Cash, la controfigura dell’ombrello di Gene Kelly, o il padre di Luke, e procederà a svelare i trucchi del mestiere, come <<dai la cera, togli la cera>>. Tra l’assegnazione della parte di protagonista dopo un provino fortuito, e la prima dello spettacolo a Broadway, l’anziano maestro passerà a miglior vita.

Assaporare il sogno americano. Una volta passati dalle stalle alle stelle e strisce, ed avere guadagnato l’assistenza sanitaria, nulla cementa lo status quo meglio di un paio di colonne corinzie sulla facciata di una villa. O di un ufficio in un grattacielo di Manhattan, ad un piano che è possibile esprimere con una potenza di dieci. Si riscoprono indispensabili per il quieto vivere tavoli in mogano, un caminetto che rivaleggia con la centrale nucleare di Fukushima, e una coppia di conigliette di Playboy nella piscina olimpionica al posto del solaio.

Morale della storia: ricordarsi di mettere le conigliette di Hefner nella piscina, e non nel caminetto.

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