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Trees of paper: corrispondenza dal Brasile #9

di Cecilia Polizzi

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Cecilia Polizzi è una giovane laureata in Scienze della Comunicazione all’università di Bologna. Da tre anni è membro del comitato direttivo dell’associazione di volontariato “Mateando for Children”, che si occupa della tutela, della formazione e del sostentamento ai minori che vivono situazioni di disagio nella provincia di Buenos Aires.
Da aprile di trova in Brasile, per svolgere un’attività di volontariato itinerante dal sud verso il nord del paese allo scopo di acquisire maggior consapevolezza delle problematiche che affettano il continente latinoamericano anche al di fuori dell’Argentina.
Durante la permanenza in Brasile, ci ha inviato e continua a spedirci corrispondenza.  
Pubblichiamo qui a cadenza regolare le pagine del suo diario.

Intervento precedente >> Trees of paper #8

 

15-05-2012

Questo non è uno di quegli articoli canonici che iniziano con un prologo ed hanno un corpo e una fine. Questa storia non si spiega per punti. È la vita di una ragazza, Flavia, che con diciannove anni si trova ad allevare i suoi due figli, Chayene e Charly nella parte più alta ed inaccessibile della foresta: su una palafitta. Una palafitta si, di quelle che si immaginano sulla riva dei fiumi. Il fiume di Flavia però non viene navigato dai grandi esploratori. È un cumulo maleodorante di liquami e rifiuti che scorre esattamente dentro all’unica stanza di Flavia, l’unico rifugio che quest’ancora giovane mamma riesce a garantire ai suoi bambini. Un rifugio che con le piogge si trasforma in un focolaio di pestilenze. L’unica cosa che rimane da fare è aspettare che la pioggia passi e cominciare da capo a ricostruirsi la vita. Un’altra volta. Uscire dalle quattro pareti in legno e raccogliere l’unica fonte d’acqua accessibile, quella piovana, che si è naturalmente accumulata in un secchio di plastica. A dare a Flavia la forza di andare avanti c’è il compagno che caduto nel giro della droga non perde occasione di picchiarla. Non potendo lasciare i propri figli alla mercè di un padre, tossicodipendente e violento, le possibilità di discendere la montagna e andare in cerca di un lavoro sono ridotte al minimo. Flavia può solo ricucire gli strappi, sopravvivere alla pioggia torrenziale, ai liquami, ai rifiuti, ai ratti, alle malattie. Cercare di evitare il peggio. Quando è possibile.
Uno, due, tre, quattro, duecento cinquantuno sono gli scalini da fare per salire a trovare Flavia, tanti che quasi ti si spezza il fiato in gola. Dai cunicoli si intravede sulla sinistra la favela. Distesa lungo tutta la valle sorprende per le sue dimensioni. Inciampo almeno due volte. Il pavimento è disseminato di tubi, il cielo di cavi. I punti di riferimento nel cammino sono pochi: un cartello con la parola tubercolosi a caratteri cubitali, un muretto con le piastrelle di ceramica bianche, una signora anziana sempre ferma nel salotto davanti alla televisione.Superati i polli che beccano la spazzatura salgo gli ultimi gradini in cemento e trovo il sorriso di Flavia. Siamo a la “Ropa Suja” letteralmente “Panni Sporchi”. Una rete di tormentate stradine in cui la vicinanza tra i muri delle case non ti permette nemmeno di allargare le braccia. Ci entri a malapena con le spalle. È una delle zone più alte e più povere della Rocinha.
Oggi Flavia ha ventinove anni ma i suoi occhi ne raccontano almeno il doppio, è “mamma” affettuosa dei 18 bambini che frequentano la sua scuolina.
È impossibile spiegare quello che si prova. Questa è una storia che si srotola dietro i visi di chi l’ha vissuta. Bisogna dare a queste storie un’opportunità. L’opportunità di uscire dall’alone denso del pregiudizio che le circonda. Io ho visto soltanto gentilezza, a pesare della mia estraneità, del mio essere per natura gringa, nata in un mondo comodo.

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