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“Ciao, come ti chiami?” “Alzheimer!”

di Sara Pasini

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-Non lasciarmi qui da sola… Ho paura, non conosco nessuno e qua le strade sembrano tutte uguali.

E chi avrebbe avuto il cuore di lasciare così una povera vecchietta così spaventata e confusa?

Quindi mi sedetti accanto a lei, sul divano di casa nostra.

-Guarda nonna, lì c’è la televisione.

Niente da fare, non riusciva a convincersi.

-Questo cos’è?

-Quello è il tuo bastone da passeggio.

-E cosa fa?

-Ti aiuta a camminare. Lo appoggi per terra e lo tieni stretto stretto.

-Ah. Come…come fosse un terzo piede?

-Più o meno.

Se questo dialogo non l’avessimo formulato tutto in dialetto, avrei potuto facilmente credere di parlare con una bambina neonata, alla scoperta del mondo.

-Devo fare la pipì…

L’accompagno nel bagno, il suo bagno.

-Cosa devo fare adesso?

Non sapevo da dove cominciare: come spiegare a qualcuno l’utilizzo dei sanitari?

Tutte le volte che racconto quest’episodio, mi ritrovo a suscitare l’ilarità del mio interlocutore, ma nessuno si rende conto di quanti muri vengono abbattuti nel frangente di quelle domande così banali, così elementari. Prima di tutto bisogna eliminare l’imbarazzo, scegliere le giuste parole, gli eufemismi meno oscuri. Sembra quasi di giocare ai mimi,   ogni spiegazione deve rigorosamente essere accompagnata da una certa gestualità. La voce deve essere calma, modulata, i vocaboli scanditi, quasi sillabati.

-Ma te chi sei?

Perfetto. Avevo voglia di urlare, di piangere: “Come, chi sono?! Sono tua nipote, sono io! Ragiona, caspita, metti in moto il cervello!”.

Mi morsi il labbro, ma riacquistai in breve la lucidità. Era (di nuovo) giunto il momento di persuaderla a fidarsi di me, ad ascoltarmi. Avrei potuto tranquillamente essere uno dei tanti demoni che tormentano i suoi sogni, la sua testa.

Io chi sono?

-Non importa… Adesso vieni, che è ora di cena.

E ancora, la solita lotta fra cucchiaio, coltello e forchetta. “Stai attenta”, “Riempi il bicchiere, non il tappo della bottiglia”, “Hai ingoiato le pastiglie?”, “Quello è il formaggino, non gelato”, “La mela cotta si mangia a fine pasto, non dopo la minestra” e via dicendo…

Dopo mangiato, un’altra carrellata dialoghi infiniti con la televisione.

-Sai, oggi ho mangiato la minestra, ma mi sono scottata la lingua. E cos’hai fatto da ridere? Signorina, dovrebbe mettersi la gonna più lunga, che riesco a vederle tutto da quaggiù.

Quando squilla il telefono:

-Nonna, ti cerca tua sorella. Tieni la cornetta con la mano e parla forte, se no non sente.

Orgogliosamente, dopo aver buttato giù, dice allo schermo illuminato: “Mi è venuta a trovare Pasquina, mia sorella. La conosci? Lavora ancora, quella roccia!”

Poi, nuovamente, ci toccò sfidare l’ignoto, alla ricerca della stanza da letto perduta.

-Ci sono un sacco di ragni, con quelle gambacce lunghe. Mandali via, mi fanno schifo. E poi le mosche! Via, via!

Ovviamente non era così.

-Ma com’è che conosci bene questi boschi? Vivi qui da molto?

-Sì, quanto basta da sapermi orientare bene…

Da due anni a questa parte gli stati confusionali si fanno sempre più frequenti, le crisi sono ogni giorno più evidente e la rassegnazione, per quanto mi fosse difficile all’inizio, non tarda molto a giungere.

Che brutta bestia, l’Alzheimer. Un pezzo alla volta, strappa e disgrega personalità e identità, abbandonandole in chissà quale dimensione spazio-tempo. Anche la convivenza diventa difficile, la routine pare qualcosa d’inaffrontabile.

È come tornare bambini fatti di legno di noce: neonati nodosi, rigidi, segnati dalle esperienze, esperienze che, però, non sembrano aver lasciato segni, se non sulla pelle.

La cosa più disarmante di tutte sarà vedere questo mostro progredire, mangiarsi la mia pazienza e la dignità di quest’anziana che spesso non ricorda nemmeno d’essere mia nonna.

Sconfortante è sapere che un morbo, quindi qualcosa di puramente fisico , sia in grado di cancellare una vita e interagisca (danneggiando irrimediabilmente) con i sentimenti…

Non ho idea di come finirà, se non in un mare di dolore misto a tenerezza, rabbia, frustrazione.

E non so per chi sia peggio, se per me, la mia famiglia, coscienti della sua ingenuità malata, o per la nonna, che inconsapevolmente sta scoprendo il mondo e gli oscuri anfratti della sua mente.

E se Marziale disse “La vita non è vivere, ma vivere in buona salute” mi chiedo che senso abbia tutto questo.

 

(N.d.a.  Tutti i dialoghi originali sono in dialetto romagnolo)

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3 commenti per ““Ciao, come ti chiami?” “Alzheimer!”

  • Anonimo ha detto:

    Molto bello… mi dispiace per tua nonna

  • Luca Rasponi ha detto:

    Anch’io ho conosciuto l’Alzheimer da vicino, quindi questo post mi ha colpito molto.

    Credo che perdere la coscienza di sé stessi e delle persone che ci stanno intorno sia una delle cose peggiori che possono capitare a un essere umano.

    Soprattutto se la consapevolezza torna, per brevi momenti, a farti capire lo stato in cui ti trovi.

    Un abbraccio a te e a tua nonna

  • Sara Pasini ha detto:

    Grazie mille, davvero… Purtroppo questo è, non ci si può far nulla…

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