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Il giornalismo indipendente non trolla

di Simone Benazzo

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Ieri è stata una giornata triste. Non solo per l’esito clamoroso della finale degli Europei. Ma, e l’argomento mi sta più a cuore, è stata una giornata triste per il giornalismo indipendente. Scrivo questo pezzo senza retorica, cercando di fissare pensieri utili alla riflessione, cercando di far cogliere le differenze, come cerchiamo di fare qui. Anticipo già da ora che non scrivo per una ricerca affannata di visibilità (alla quantità continuo a preferire la qualità dei miei lettori) e nemmeno per attaccare direttamente una persona che non conosco, se non per l’encomiabile progetto che ha messo in piedi. Sto parlando di YOUng , un portale di infotainment tra i migliori in circolazione in Italia: il taglio young-friendly espresso dal nome (inoltre, “ng” ribadisce la “new generation”) si concretizza in articoli molto fruibili, spesso leggeri e scritti da under 30 e il livello di web usability del sito è molto alto e, accanto ad una minoranza di articoli dozzinali, si trovano pezzi di approfondimenti su temi, solitamente esclusi dal circolo dei mass-media tradizionali. Consiglio a tutti di inserirlo, a fianco delle testate più autorevoli, tra le fonti d’informazioni da consultare con maggiore frequenza.

Ma in questi ultimi due giorni è successo qualcosa che merita approfondimento.

I fatti

Sabato 30 giugno, Germano Milite, ideatore del progetto YOUng (che, è bene ricordarlo, per metonimia, rappresenta) pubblica sul suo blog un pezzo dal titolo Ti senti alternativo perché non segui il calcio? Invece sei proprio una pecora, dove se la prende con «la banalissima, stucchevolissima, noiosissima ed inutilissima retorica dello snob-radical chic un po’ vanesio (…) che accusa di pateticità chiunque osi festeggiare per un successo sportivo visto che “nel frattempo l’Italia va a rotoli, c’è la crisi, non c’è il lavoro e bla bla bla» e a cui l’autore tifoso elegantemente consiglia «non osate mai prendere una pausa dal letame nel quale ogni giorno annegate. Pensate sempre e solo alla crisi e non fumatevi una sigaretta non tanto perché vi può venire il cancro ma perché, in quei minuti, potreste subire il fenomeno della distrazione di massa ordito dai poteri forti globali». Le reazioni a questo articolo, scritto in maniera raffazzonata, ammontando stereotipi, senza che pervenga una tesi da confutare o da condividere, sono, considerato che stiamo parlando di giornalismo indipendente, numerosissime: leggendo i commenti, troverete la poco edificante rissa da saloon virtuale che autore, sodali e contestatori hanno inscenato, dove i commenti argomentativi spiccano come la ginestra di Leopardi sul Vesuvio. Fin qui storie già viste: nihil novi sub sole.

Ma le numerose critiche, accompagnate da un numero esorbitante di visualizzazioni e di condivisioni sui social network, spingono l’autore a dare alla luce un secondo pezzo. Il giorno seguente verga il pezzo Parlare di calcio: la ricetta perfetta per studiare il nazi-moralismo 2.0 dove, esibendo un fine sociologico, descrive il suo precedente pezzo come «un gustoso post super-viral con un’interazione potenzialmente infinita ed un ottima base per studi antropologici e sociologici…» e, con toni effettivamente dissonanti con la sua innegabile prospettiva da ricercatore, sancisce il successo dell’esperimento: «Con le persone dotate di un buon impianto cognitivo e logico-deduttivo, i risultati ottenibili sono sorprendentemente positivi. Con chi utilizza la rete come mero strumento di isterica ed arrogante auto-affermazione, invece, la metodologia potrà risultare addirittura controproducente. L’obiettivo, però, è quello di “recuperare” l’utente con problemi di autostima ma comunque fornito di una capacità intellettiva minima e di una sana tendenza all’autocritica». Verrebbe da ringraziarlo per questo sprazzo di luce sociologica. Ma la perentoria riaffermazione delle tesi sostenute nel post precedente – il curioso uso totemico di Sandro Pertini suggerisce la definizione di autorità carismatica, postulata da un vero sociologo, Max Weber -, i suoi commenti al post precedente (sostanzialmente solo insulti) e il tono non proprio accademico («l’imbecille, è sempre più ansioso di esprimersi che di capire») fanno fermentare qualche dubbio. Non proprio uno degli esempi più luminosi prodotti dal giornalismo indipendente.

Questi sono i fatti. Fermandoci qui, avremmo solo diffuso un po’ di (nazi)moralismo sulla boriosità dell’autore e di compassione per il tono bestiale di alcuni commenti. Ma questo piccolo “caso” mediatico può innaffiare una riflessione sulla mortale pratica del trolling. Sempre nell’intento di tutelare, salvaguardare e far maturare la qualità del giornalismo indipendente.

Riflessione

Difendersi dai troll.

Nell’era dei contatori SEO, ciò che interessa è far sapere di esistere, raccattare visibilità tramite il trito adagio “male purché ne parlino”. Una della maniera, purtroppo, più efficaci è il trolling: sostenere tesi insostenibili, spesso contro l’opinione maggioritaria degli altri commentatori o anche semplici insulti all’autore. Anche alcuni articoli possono essere scritti semplicemente per “trollare”, fare rumore, farsi notare (in negativo) e acquistare visibilità tramite un pensiero estremo quanto disutile alla formazione dell’opinione pubblica. Il trolling, infatti, è deleterio per il dibattito che ne esce sporcato, stuprato, spesso quasi abortito. Se qualcuno commentasse un mio articolo di economia con un fragoroso “FIGLIO DI PUTTANA”, state sicuri che mi rimarrebbe impresso in mente e gli altri commentatori si cimenterebbero nella stigmatizzazione collettiva del galantuomo. Ma dei dati e della tesi del mio articolo nessuno parlerebbe più, verrebbero relegati in secondo piano.

Il primo pezzo scritto dall’autore si ascrive a questa categoria, come testimoniato dal suo gongolare nel secondo pezzo per la visibilità ricevuta. La strategia è efficace, ma la ferita inflitta al giornalismo indipendente è profonda. Si espime in un danno d’immagine che influisce sulla credibilità dell’autore e del blog, giornale, sito per cui scrive. Il prossimo articolo che trovo sul blog dell’autore sociologo come lo devo valutare ? È una trollata in cui non cadere? I dati e le citazioni sono sbagliate apposta? L’autore ci crede davvero o ha allestito con la penna un Truman Show per mettermi alla prova? «La rovina non sta nell’errore che commetti, ma nella scusa con cui cerchi di nasconderlo», dice Massimo Gramellini.

Chiudo con due consigli pratici per riconoscere e neutralizzare le varie forme di trolling che possiamo incontrare.

I commenti utili – ci viene in aiuto la distinzione echiana tra Intentio Auctoris ed Intentio Operis – sono quelli rivolti a quanto è stato scritto, non quelli indirizzati all’autore (lodi, insulti, sarcasmi sui suoi supposti limiti fisici, intellettuali o morali).

Infine, la buona pratica dell’argomentare (dire perché, corredando la propria affermazione di dati, links e fonti, anche nei pezzi d’opinione) può rivelarsi un preservativo abbastanza spesso per preservare la verginità del giornalismo indipendente.

© Pezzo d’opinione

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