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I disperati

di Lorenzo Lazzarini

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I disperati vivono nel buio, pertanto tutto pare loro uguale. I disperati forse siamo, siamo stati, saremo anche noi, simili come siamo, gli uni a gli altri. Forza oscura e onnipresente che divora e opprime le sue vittime, la disperazione; soldi e rumore non la tengono lontana, semmai sanno come avvicinarla, insieme alle cattive compagnie, insieme all’indifferenza.

L’indifferenza è tanto comune tra gli uomini odierni da essere divenuta abitudine; essa ha molti modi per essere tale: il più orribile è senz’altro quello in cui vi è una maschera d’impegno, ma che è ingannevole, obbligata, come un protocollo di sicurezza, e lo dimostra nell’azione artificiosa (simbolica, ovvero “così tanto per”). Anche le parole dicono molto, a seconda di come sono pronunciate. Spesso quelle parole sanno solo dire “non hai possibilità” “non ho nulla a che fare  con te”, poiché la loro sincerità svela ciò che tentano invano di negare col loro essere pronunciate: non mi importa. Il linguaggio si adagia subito di seguito alle intenzioni degli uomini.

La medietà ignora, e ama ignorare il male profondo dell’anima che è abbandonata, forse perduta, così chi è poi vittima, non si comporta diversamente dagli altri, finché riesce, come se niente fosse. Tutto sembra abbastanza facile alla luce del giorno, nel baccano costante della città, ma la verità che sta dietro a questa indifferenza è solo la fragilità cui siamo educati, così come la difficoltà per uomini inermi è sempre la minaccia dell’angoscia. I telefilm non rispondono diversamente, e la loro visione ripetuta e ripetuta non comporta un solo passo fuori dalla stanza, e verso quegli altri, ma anestetizza, tiene buono il miasma. Ma quello non se ne va per caso. Il miasma attende silenzioso, fintanto che il disperato sarà tale.

Quello che oggi comunemente è detto cinismo (e che cinismo non è, stando a Diogene e ad Antistene), è solo una forma raffinata  del presentimento dell’angoscia. E’ la consapevolezza dell’angoscia sempre prossima e necessità di preservarsi da essa, ma in un modo vanesio e quasi ridicolo nella sua goffaggine, che dimostra quanto poco sappia essere ciò che ostenta. Ma se solo sapeste ascoltare l’angoscia, dice K. , cosa non scoprireste del mondo, e di tutto ciò che vi è accessibile solitamente. Scoprireste un mondo nuovo, e custodireste una verità più alta in merito ad esso: sia pure crudele, ma sincera. Allora magari, se avrete passato la prova del fuoco (e in tale prova non si inganna), potrete dirvi purificati.

Cosa sono dunque disperazione e angoscia? L’origine è un mistero, ma chi le patisce, egli lo sa.

“Parlo e parlo, ma cosa sto scrivendo? Che è questo luogo a cui affido le parole? Perché esso le trattiene e non le lascia svanire così che dimorino nella memoria?”

“E’ tardi. Che ci fai ancora sveglio?”

“Veglio. Attendo un cambiamento.”

“Potresti attendere tutta la notte, fino a sentirti fiacco e logoro, a vedere l’alba sorgere di nuovo, e non combinare nulla. Sei ancora immobile in questa stanza, davanti allo schermo pallido del computer, e dici di attendere qualcosa. Reflexionem vanitas. Se cerchi qualcosa, perché non vai fuori, all’aperto, dove da sempre muove la cerca? E non andare nemmeno lontano, che ciò che stai cercando non può essere troppo lontano.”

“E che farmene? Non immagino cosa io possa cercare fuori. Non c’è nulla che mi interessi più, là fuori. Non posso più interessarmi poco, o niente. Sto cercando…serenità, o assenza di dolore, o quello che vuoi, ma non so dove esse si trovino. Temo che nessuno lo sappia.”

“Ti senti forse colpevole di qualcosa?”

“Niente che io possa realizzare o correggere qui ed ora, però tutto quanto ho fatto e tutto quanto ho rinunciato in una vita mi appare d’un tratto macchiato di una colpa che non riconosco.”

“E allora perché non chiedere consiglio e conforto ai tuoi amici?”

“Gli amici? Che potranno dirmi? Forse mi deriderebbero, o forse fingerebbero di preoccuparsene. In entrambi i casi non farebbero ancora nulla.”

“Hai mai tentato di mostrare loro come sei nell’ora? Non sei tu il primo che camuffa le cose, che maschera? E cosa ti aspetti da loro se non una finzione ulteriore?”

“Forse. Ma temo il passato. Temo tutta quanta la mia miseria, quella che ho voluto ignorare, pensando che fosse per gli sciocchi. Ma i segni hanno la loro consistenza, per chi è pronto ad accettarli, e la miseria è in me, e non mi lascia. Non posso farmi vedere così.”

“La miseria bussa sempre. Perché la nostra sorte è sempre un po’ più indietro, in ciò che siamo stati.”

“Come mai temiamo di confessare la miseria, anche quando siamo miserevoli? Cosa ci salverà in questo dall’essere tali, e sempre di più? Siamo in un sentiero che sembra sempre più fosco.”

“Ora parli al plurale. Come i pazzi.”

“Tutti parlano al plurale; vi è un altro, che non sono io. Tu mi guardi vivere, ombra. Ma non conosco nessun’altro a cui potrei confessare tanto…”

“Temi la prova, ma accettare è sempre il primo passo sulla via. Passando oltre quello, allora potrai finalmente scorgere la tua sorte, buona o cattiva che sia.”

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