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Marta Cuscunà presenta “È bello vivere liberi”

di Ilaria Virgili

Pubblicato il

«È bello vivere liberi restituisce il sapore di una resistenza vissuta al di fuori di ogni celebrazione o irrigidimento retorico. Resistenza personale, segnata dai tempi impetuosi di una giovinezza che è sfida, scelta e messa in gioco personale. Resistenza politica, dove la protagonista, Ondina, incontra la storia e la sua violenza. Resistenza poetica, all’orrore che avanza e annulla. Resistenza adolescente, che incontra il sangue, lo subisce, lo piange, ma continua ad affermare la necessità della felicità e dell’allegria anche nelle situazioni più estreme che Ondina vive».

Con queste parole la giuria del Premio Scenario  motiva la vittoria di “È bello vivere liberi”, spettacolo scritto e interpretato dalla giovane Marta Cuscunà, ispirato alla biografia di Ondina Peteani, prima staffetta partigiana d’Italia deportata ad Auschwitz.

Dalla vittoria del Premio Scenario nel 2009 lo spettacolo ha fatto il giro dello stivale, accumulando numerose repliche.
La tournée ha fatto tappa anche al Teatro Moderno di Savignano sul Rubicone, venerdì 27 gennaio scorso, nella ricorrenza della giornata della memoria. Un’occasione che abbiamo colto al volo per approfondire ed entrare nel vivo dello spettacolo insieme alla posata e al contempo profondamente appassionata Marta Cuscunà, all’interno degli studi di Radio Icaro Rubicone.
Ecco come ci ha presentato lo spettacolo.

 

Chi è Ondina Peteani? Un nome che probabilmente i libri di storia non ricordano, ai più comunica poco, eppure è così importante.

Ondina è una ragazza di 17 anni che scopre gli ideali dell’antifascismo già nel 1942, per questo è considerata da molti storici la prima staffetta partigiana d’Italia. Ondina è una ragazza che si rende conto che anche il contributo di una diciassettenne è fondamentale per cambiare il proprio paese. Lei decide di rimboccarsi le maniche: si chiede se la società in cui vive e le cose che ha attorno le piacciono, se la rendono felice, e si risponde di no. Quindi decide di riunirsi insieme ad altri ragazzi che la pensano come lei e di progettare un futuro diverso.

Poi a 18 anni Ondina diventa staffetta partigiana, e comincia a portare a termine azioni all’interno del movimento di Resistenza.
Poi a 19 anni, proprio perché politicamente schierata, Ondina viene arrestata e deportata nei campi di concentramento nazisti. Riesce a sopravvivere, e in un testo che ci ha lasciato, molto interessante, Ondina dice che quello a cui lei si è aggrappata per sopravvivere è stato proprio l’amore per la libertà e il grande entusiasmo che aveva dato a lei e ai suoi compagni l’essersi impegnati a costruire il mondo in cui avrebbero vissuto il loro futuro.

 

Tu interpreti Ondina, giusto? Che periodo della sua vita affronti? Quello della giovinezza di cui abbiamo appena parlato?

Io faccio sia la parte di narratrice che tiene le fila della storia di Ondina e dà un punto di vista contemporaneo – il mio, quello di una quasi trentenne di oggi – e poi in alcuni momenti interpreto anche la figura di Ondina.
Ci sono anche dei pupazzi, che a un certo punto sdoppiano la figura di Ondina; in particolare ci sono dei burattini che raccontano un avvenimento particolare: quando Ondina viene incaricata di far parte di un commando speciale che deve fare fuori una spia. Lei, unica donna insieme ad altri 4 ragazzi. Quindi con questi burattini io racconto la prima volta in cui Ondina affronta la morte degli altri: il fatto di doversi assumere anche questa responsabilità.
Poi ci sono dei pupazzi. Ondina a un certo punto diventa un pupazzo ed è proprio attraverso questo linguaggio del teatro di figura che io racconto l’esperienza del lager.

 

Il titolo “È bello vivere liberi” è un’ esclamazione così semplice che probabilmente la diamo troppo per scontata.
A cosa è dovuta la scelta di questo titolo?

Questo è il titolo anche della biografia cui mi sono ispirata, scritta da Anna Di Gianantonio, una storica che ha sempre studiato la Resistenza da un punto di vista femminile, cioè cercando di raccontare delle donne che hanno fatto la Resistenza, le quali ancora non vengono citate a sufficienza, perché il contributo femminile è stato fondamentale.

“È bello vivere liberi” è l’ultima frase che Ondina Peteani ha scritto prima di morire. Lei è sopravvissuto ad Auschwitz, ha avuto una vita molto lunga, però con l’andare degli anni non è più riuscita a tenere chiuso nel cassetto il ricordo del lager, ed è stata travolta dall’orrore che aveva subito, tanto che aveva iniziato ad avere incubi, allucinazioni. Per questo era stata ricoverata in ospedale, e siccome non riusciva a controllare i suoi movimenti, era stata legata al letto. Il fatto di essere legata e quindi in qualche modo di nuovo prigioniera, non faceva altro che aggravare questo suo stato di confusione. Nell’ultima visita che il medico le fece, il dottore le slegò le mani, e per capire quanto ancora fosse lucida, le chiese di scrivere la prima frase che le fosse venuta in mente, e Ondina scrisse “è bello vivere liberi”.

E questo secondo me è un testamento importante, proprio perché lei dice che era stata una scelta consapevole: lei e i suoi compagni non era finiti in montagna per caso, senza capire bene quali sarebbero stati i rischi. Proprio perché in Friuli-Venezia Giulia la resistenza è cominciata molto in anticipo, c’era stato tutto il tempo di formare i giovani, creando una consapevolezza forte. Ondina per esempio frequenta una scuola di comunismo, dove la maesta dà i primi semi del femminismo: un’alternativa anche per il ruolo delle donne. Oppure, per riportare un altro esempio, all’interno del battaglione di Ondina, come in tanti altri battaglioni del Carso, c’era la figura del commissario politico, che aveva il ruolo fondamentale di far far capire gli ideali per cui questi giovani stavano facendo quella scelta. Quindi Ondina afferma che non erano incoscienti: sapevano che combattere per la libertà avrebbe potuto significare finire in lager, o essere uccisi.
Quindi secondo me è una testimonianza bellissima.

 

Lo spettacolo perciò restituisce una luce differente all’immagine di questo periodo che siamo abituati ad affrontare.

Infatti per me la necessità di fare questo spettacolo è partita dal fatto che la testimonianza di Ondina era stata sorprendente: per la prima volta avevo un’impressione della resistenza assolutamente luminosa, entusiasmante.

Invece quello che mi era giunto dai libri di scuola era qualcosa di molto grigio, piatto. E ho pensato che fosse importante condividerla coi miei coetanei perché forse è quello di cui abbiamo bisogno oggi.

 

A me è capitato di vedere una piccola parte dello spettacolo alla Malafesta di Santarcangelo, due estati fa. E ricordo che mi colpì molto vedere una giovane ragazza così coraggiosa da affrontare sul palcoscenico tutta da sola un argomento così difficile e importante, giocandosi in prima persona – perché è uno spettacolo che hai voluto, scritto e interpretato tu.
Quindi ti chiedo: quanto è difficile per una giovane donna come te entrare e imporsi in questo modo nel mondo del teatro? Ci sono barriere, limitazioni?

Io sono arrivata al Premio Scenario perché quando io avevo tutto questo materiale e lo proponevo ai teatri con cui avevo già lavorato, nessuno di dimostrava interessato a farlo diventare uno spettacolo. Molti mi dicevano di non mandare neppure il materiale, a causa degli impegni già in corso.
Quindi di barriere e di ostacoli ce ne sono tanti. Per fortuna ci sono opportunità, come quella del Premio Scenario, che permettono a noi giovani che non siamo nessuno di far vedere quello che sappiamo fare. Diciamo che per me il premio è stato tutto. È stato l’inizio. Poi per quanto riguarda l’aspetto di essere una donna che cerca di fare teatro – sembra pazzesco –  ma mi è capitato di fare provini in cui mi chiedevano se io avessi intenzione di fare figli, cosa che sarebbe stata una discriminante per affrontare una tournée.
Quindi le discriminazioni ci sono anche qui, ed essere giovani e sconosciuti non aiuta.

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