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Scorgere la bellezza nel declino – Intervista a Colapesce

di Ilaria Virgili

Pubblicato il

Un disco raffinato.
Curato negli arrangiamenti, dotato di un piglio cantautorale molto personale.
Una storia attuale, raccontata a tratti con immediato realismo, a tratti con suggestive metafore.

Questo, con immeritata brevità, è “Un Meraviglioso Declino”, il promettente esordio solista di Lorenzo Urciullo con il nome di Colapesce.
Un album articolato, la cui affascinante ricchezza induce il desiderio di poter sperimentare la sua resa dal vivo; un bisogno che trova risposta nel tour che sta portando Colapesce su e giù per lo stivale, e che il prossimo 24 aprile farà tappa anche al Barrumba di Pinarella di Cervia (RA) per il Lungomare Festival.
In occasione dell’evento, organizzato da Retro Pop in collaborazione con Queens, (Qualcosina)², Party’n Stazione e Monogawa Back to Gawa, Colapesce si alternerà sul palco con Saluti da Saturno e Zen Circus.

E a poco meno di una settimana dal concerto, abbiamo scambiato qualche battuta con Lorenzo.
Ecco cosa è emerso.

 

Considerate le tue esperienze musicali precedenti, cosa hai cercato e trovato nel progetto Colapesce che ti mancava? Cosa hai voluto sperimentare?

Rispetto ad Albanopower, che è il progetto precedente, la differenza principale è la lingua. Sono passato dall’inglese all’italiano, e mi sono potuto mettere alla prova con la forma canzone, che per me era una nuova esperienza rispetto al rock strumentale. Così ho avuto la possibilità di imparare piano piano l’utilizzo della metrica, trovando un giusto equilibrio metrico-semantico che mi appagasse.

Questa la differenza sostanziale col passato che ho trovato in Colapesce, e che considero molto più stimolante rispetto a ciò che facevo prima: ora lavoro sia sul lato musicale, componendo io interamente le canzoni, sia sul lato testuale, sperimentando e mettendo a frutto esperienze e sensazioni di vita personale, anche letterarie, avendo io fatto studi umanistici.

Con questo progetto ho modo di sperimentare all’interno di quella che comunque rimane una forma classica, che è la forma canzone tradizionale.

 

Ti sei trovato a tuo agio in questa nuova veste?

Ora sì, ma all’inizio è stata dura.
Ho fatto svariate prove, per due anni circa. Non è stato semplice imparare. Non ero mai soddisfatto di quello che scrivevo, delle composizioni musicali.
Ci ho messo un po’ per mettere a frutto una formula appagante.

 

L’ascolto del disco rivela una grande cura degli arrangiamenti. Anche su questi lavori da solo, o ti sei fatto aiutare?

In realtà porto i provini in sala d’incisione con le idee abbastanza chiare. Essendo un mezzo polistrumentista, ho una visione abbastanza chiara dell’arrangiamento già prima di entrare in studio. Però mi sono avvalso di due persone che suonavano con me negli Albanopower, e con le quali suono da 10 anni: Toti Valente e Giuseppe Sindona, basso e batteria.
Siamo una grande famiglia, e siamo molto in sintonia da questo punto di vista, quindi loro hanno dato un grandissimo apporto, sia in studio che dal vivo.

 

Il nome che hai scelto per questo progetto è quello del protagonista della leggenda di Colapesce, un racconto strettamente legato alla tua terra.
Che cosa ti affascinò della leggenda e cosa ti rispecchia tanto da aver scelto questo nome?

Sono legato alla leggenda per più motivi. In primis, mia madre da piccolo mi raccontava spesso le gesta di Colapesce; inoltre si tratta di una leggenda ambientata in Sicilia, la mia terra.
Ci sono circa 20 versioni della leggende. Una addirittura ha origini greche, e vuole Colapesce padre delle sirene.

Poi l’ulteriore motivazione riguarda il significato del racconto, che è molto forte, e la metafora che sottende mi sembrava adatta e attualissima: Colapesce sacrifica la propria vita per reggere la terra che ama, compiendo un atto di amore immenso.

 

Venendo al videoclip di “Restiamo in casa“, mi spieghi com’è nata l’idea dell’astronauta, dell’assenza di gravità? Tra l’altro ho letto che hai lavorato in stretta sinergia col regista, Michele Bernardi.

Io ho scritto la sceneggiatura del video, e Michele Bernardi l’ha animata, dandomi ottime soluzioni dal punto di vista tecnico, perché avevo scritto una sceneggiatura esagerata, onerosa a livello di costi e che avrebbe richiesto mesi di lavorazione.

Il video è questa sorta di sogno, vissuto dai due ragazzi. Un discorso che torna spesso all’interno del disco: due giovani in questa sorta di declino post-universitario, precari, che vivono la loro vicenda d’amore con alti e bassi. Anche su “S’illumina” ci sono riferimenti chiari, di questo tipo.

L’unico brano differente che si discosta dal discorso sui due giovani è “Bogotà“, perché è più autobiografico, e parla del rapporto con mio fratello.

 

Cosa c’è di tanto bello nel declino da renderlo meraviglioso?

Questo titolo mi sembrava un ossimoro forte e provocatorio: è stata una scelta volutamente ossimorica.
C’è una parte meravigliosa del declino che sta vivendo l’Italia e buona parte dell’Occidente: sono le persone che hanno ancora voglia di fare qualcosa, che credono e che amano.
E anche noi, che facciamo questo tipo di lavoro, rendiamo il declino meno schifoso.

 

Chi sono i barbari che citi nella canzone che li porta nel titolo (ottava traccia del disco)?

Il testo è abbastanza esplicito: «muniti di lauree», «si nutrono dei tuoi fallimenti».
Ci possiamo mettere dentro una buona parte della classe politica italiana, o anche neolaureati di estrazione borghese, che parlano di rivolta con tanta ipocrisia.

Parte del testo è stata ispirata da un film: “Society” di Brian Yuzna, una pellicola trash americana di fine anni ’80, realizzata appunto da questo regista minore di b-movie, che in questo caso ha fatto un capolavoro.
Brevemente, racconta le vicende di una famiglia aristocratica che una volta al mese si riunisce con altre famiglie altolocate, per poi divorare un cittadino comune. Uno dei figli di questa famiglia si accorge dei riti che compiono i suoi familiari, si ribella e così nasce la contestazione. Tra l’altro tutti i componenti della famiglia sono biondi con gli occhi azzurri, mentre il protagonista è l’unico scuro, basso: una connotazione decisamente chiara.
Si tratta comunque di un b-movie, ma è bello dal punto di vista metaforico.

 

Visione del film consigliata!

Sì, sì: consigliato!

 

 

Consigliato l’ascolto del disco, consigliata la partecipazione al concerto.
Con occhi aperti e orecchie tese, ci vediamo lì.

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