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Bossi e la fine di un’era

di Luca Rasponi

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«Umbero Bossi si è dimesso». La notizia è di ieri, ma ancora non sembra vera. Lo hanno scritto tutti i giornali e i siti internet, detto tutte le radio e le televisioni. Eppure suona ancora strano. Perché Bossi è il classico leader carismatico, il capo popolo che sembrava investito a vita di un’autorità quasi sacra. Alla fine, però, quella “Roma ladrona” che per tanti anni aveva ferocemente attaccato sembra aver contagiato anche la Padania. E la prima testa a cadere, subito dopo quella del tesoriere Francesco Belsito, è stata proprio la sua.

Siamo ancora allo stadio delle indagini, questo dev’essere chiaro: ogni eventuale responsabilità dev’essere ancora accertata. Però le dimissioni di Bossi segnano il picco di un paio di circostanze stridenti su cui è opportuno fare qualche considerazione. Per cominciare, la Lega Nord invoca secessione e indipendenza della Padania ad ogni occasione, ma non si è mai fatta scrupoli ad attingere ai rimborsi elettorali che dopo il referendum del 1993 hanno sostituito i finanziamenti pubblici ai partiti. Senza entrare nel merito di una legge che andrebbe cambiata, restano le perplessità sui fiumi di denaro pubblico (18 milioni di euro solo nel 2011) che i “puri” della Lega Nord hanno accettato di togliere dalle tasche dei cittadini italiani e padani per finanziare il loro partito.

Intrighi e correnti dimostrano come la Lega si sia ormai del tutto istitituzionalizzata (in senso sociologico) fino a diventare un partito vero e proprio, perdendo quella spinta iniziale che caratterizza i movimenti. Un’evoluzione logica e prevedibile, in parte mitigata dall’attaccamento della base che sembrava in grado di mantenere viva, almeno in apparenza, parte di quella carica originaria. Ma ora?

Di fronte alla Lega si aprono due strade. La prima è continuare a sostenere il proprio leader storico (come fa La Padania, che oggi titolava “Bossi per sempre”) e la sua tesi del complotto di “Roma ladrona” contro il partito del nord. Sarebbe l’ennesima battaglia da “soli contro il mondo” che i leghisti amano tanto, ma probabilmente si tradurrebbe in una catastrofe elettorale. Bossi eletto nuovamente segretario al prossimo congresso, infatti, potrebbe significare la perdita dei voti di tutti coloro che hanno scelto la Lega per il “purismo” vero o presunto dei suoi esponenti politici.

Il secondo sentiero, più difficile ma probabilmente più redditizio per il partito, è imboccare la strada del rinnovamento. L’ex ministro Roberto Maroni sta tentando di giocare questa carta, ragionando da tempo in una logica di successione al Senatur. Finora Bossi e il “cerchio magico” dei suoi più stretti collaboratori erano rimasti fermi all’immagine originaria della Lega, indissolubilmente legata al suo leader storico, anche sulla scorta dell’attaccamento manifestato da buona parte della base militante.

Le indagini della procura di Milano, però, segnano un punto di non ritorno: se veramente la Lega vuole dimostrare che il marciume emerso in questi giorni è responsabilità di poche persone, dovrà far piazza pulita al suo interno e lasciar libera la strada a chi porta un’immagine di rinnovamento, come Maroni, sacrificando Bossi sull’altare della causa padana. Al Senatur non restererebbe che uscire di scena come un Craxi qualsiasi, un ladrone arricchitosi alle spalle degli italiani come tanti prima di lui.

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2 commenti per “Bossi e la fine di un’era

  • Vasco Vascon ha detto:

    Io sono per l’introduzione delle leggi romane che prevedevano la crocifissione dei delinquenti e dei ladri, come è successo a Cristo; ci voleva il governo Monti per farci vedere quello che gli italiani hanno sempre detto, che l’Italia è un paese di ladri a cominciare dai politici; ma quello che nassuno sapeva era la quantità poderosa di questa massa di ladri; con le leggi romane, tutte la strade che partono da Roma, da Milano, da Bari, Napoli, Bologna e via, vederle piene di gente inchiodata e con la scritta ‘ladrone’; adesso ci rendiamo conto che tutte la manovre dei vari governi erano fatte per saldare i conti dei nostri ladri; ma perchè io devo pagare, per salvare l’Italia, i soldi rubati dal vicepresidente della Regione Lombardia, dagli amici di Bossi e da tutti gli altri? Avanti di questo passo, si farà l’assalto furioso al parlamento come al tempo della Bastiglia e si brucerà tutto, buoni e cattivi tutti insieme. ciao. Vasco Vascon

    • Luca Rasponi ha detto:

      Sinceramente non credo che la logica dell’occhio per occhio sia la più giusta, e nemmeno la più efficace. In un sistema democratico come quello attuale, dove esistono delle leggi e una magistratura che deve farle rispettare, basterebbe che le regole che già ci sono funzionassero per garantire un corretto andamento della vita democratica, senza dover ricorrere a una soppressione violenta di chi le infrange.

      Poi posso essere d’accordo sul fatto che le pene per chi commette reati di questo tipo debbano essere inasprite (interdizione perpetua dai pubblici uffici, eccetera) e soprattutto penso non sia possibile che l’ultima parola sia sempre e comunque in mano al Parlamento in fatto di indagini e arresti dei suoi membri.

      Detto questo, però, più che invocare una rivoluzione totale del sistema giudiziario italiano (anche scherzosamente o con chiacchiere da bar) mi concentrerei su ciò che non va nella situazione attuale: le scarse risorse per la macchina giudiziaria che provocano tempi troppo lunghi, le leggi ad personam che hanno finito per indebolirla con prescrizione breve e altre porcherie simili, le continue ingerenze della politica che vuol mettere il naso in faccende che non la riguardano o la riguardano troppo da vicino. E questo solo per cominciare: la verità è che la volontà di cambiare non c’è, ed è dalla mentalità e dalla cultura che cambiano le cose, non viceversa.

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