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Milo Scotton presenta “Quisquilia – viaggio per un angelo e un clown”

di Ilaria Virgili

Pubblicato il

Un incontro surreale tra due archetipi della nostra cultura. Un viaggio che tra mille peripezie porterà i due protagonisti a scoprirsi terribilmente umani, e a crescere insieme.
Questo, condensato in poche righe, è Quisquilia: il nuovo spettacolo di Milo e Olivia, duo di spicco del circo teatro italiano.
Lui, Milo Scotton, artista polivalente, è uno dei due (soli!) italiani a essersi diplomato all’ “École nationale de cirque de Montréal“; lei, Olivia Ferraris, figlia d’arte, diplomata all’Accademia d’Arte Circense di Verona, è cresciuta con il circo, e ha sempre fatto dell’espressione la sua ragione di vita. Conseguito entrambi il diploma all’Accademia d’Arte Dinamico Drammatica della California, i due si incontrano nel 2003 e non si lasciano più.

Così, dopo due apprezzatissimi spettacoli che hanno dimostrato a tutti le loro capacità acrobatico-drammaturgiche, Milo e Olivia tornano a camminare sulla sottile e instabile fune che separa il teatro dal circo. E lo fanno con Quisquilia – viaggio per un angelo e un clown.
La tournée, che li sta portando in giro per l’Italia e il mondo, è passata anche dal Teatro Moderno di Savignano sul Rubicone (qui l’elenco completo degli spettacoli), lo scorso 10 dicembre: un’occasione troppo ghiotta per non distrarre Milo dalle prove, e convocarlo negli studi di Radio Icaro Rubicone per uno scambio di battute.
Ecco di cosa abbiamo parlato.

 

Ci presenti questo nuovo spettacolo, Quisquilia,  spiegandoci anche il perché di un titolo così particolare?

Mi lascio andare a una spiegazione che prende anche un po’ il passato, perché qui a Savignano siamo stati diverse volte, e abbiamo presentato altri due nostri progetti, “Klinke” e “Kolòk”: il primo schizzo della nostra visione del circo teatro.

Noi siamo una compagnia che lavora sull’acrobazia drammaturgica: raccontiamo una storia tramite tutte le peripezie circensi.
Mentre negli altri progetti la sonorità era così austera – Klinke e Kolòk – questo spettacolo segna un po’ un cambiamento nella nostra poetica, e siccome non amiamo i titoli lunghi, ci piaceva che la parola che lo identificasse fosse quasi uno scioglilingua, un termine un po’ inusitato, per riuscire a tirare fuori qualche sentimento diverso. Così è stato, perché “Quisquilia” è uno spettacolo che si distingue dal nostro solito repertorio. È molto poetico e comico allo stesso tempo, in maniera agrodolce. Si parla di storie surreali, di un incontro tra un angelo e un clown: due archetipi della nostra cultura. E  l’incontro tra il clown e l’angelo è l’uomo.

“Quisquilia” sono le bazzecole, i piccoli gesti quotidiani che rendono il clown e l’angelo più vicini a noi come essere umani. Infatti il punto di incontro tra due personaggi surreali sono le emozioni umane. E questa è la nostra storia.


In riferimento a ciò che hai detto poco fa riguardo all’acrobazia drammturgica, ti chiedo se c’è una delle sue arti – teatro e circo – che si adatta all’altra, oppure no.

Come riescono a conciliarsi?

La nostra esperienza nasce dall’esplorazione di questa sottile linea di confine.
Tutti pensano che il circo imponga obblighi tecnici: è vero. Ma se cessiamo di chiamarli obblighi, diventano peculiarità che possono essere sfruttate, quindi il pathos che deriva da acrobazie mozzafiato o da un salto improvviso, viene utilizzato per comunicare e trasmettere un’emozione.  È  teatro.

La nostra poetica è proprio quella di trasformare una semplice acrobazia in qualcosa con significato, che possa far trasparire un’emozione. Per esempio l’angelo tutto bianco con una palla immensa, appena caduto nel mondo bizzarro e minimalista del clown, all’inizio esplora lo stare in piedi, perché è abituato a volare. C’è una parte in cui io – che interpreto l’angelo – fatico a stare in piedi, muovendomi in maniera molto sciolta sulle gambe.
L’idea è stata quella di trasformare una capacità tecnica in qualcosa che diventasse drammaturgia ed emozione.

Questa sottile linea di confine che potrebbe sembrare una debolezza del circo teatro, cerchiamo di renderla linea guida.
Sperimentare il pericolo, essere sempre al limite tra la caduta e il successo. Questa è una vita da equilibristi.

Leggo un piccolo estratto dalla presentazione del vostro spettacolo: “Un tonfo. Ali che cadono dal cielo… Un Angelo messo alla prova sarà guidato da un eccentrico personaggio ai confini di un mondo bizzarro e sconosciuto. Dal sublime al ridicolo vi è appena un passo! La risata, infine, potrebbe essere l’unica cosa che ci permetterà di tornare a volare“.
Mi ha colpito molto il riferimento alla risata. Qual è il ruolo della risata nel vostro spettacolo, e quale insegnamento possiamo trarne una volta usciti da teatro?

Insegna a non prendersi troppo sul serio. L’ironia secondo noi è fondamentale nella vita perché permette di soprassedere su certe abitudini dell’uomo, come l’arroganza, o la vergogna. Molto spesso cadiamo in taboo culturali, che potrebbero essere risolti semplicemente con una risata. So di persone che non si parlano per una vita a causa di un piccolo inconveniente, e poi nessuna delle due riesce a porvi fine con una risata, o una parola. È un peccato, perché si creano muri invalicabili.

Secondo me la risata è liberatoria non solo nel senso fisico, ma anche in quello simbolico: imparare a prendersi più sul ridere e meno sul serio aiuta a essere persone più equilibrate. Questo capita all’angelo: l’essere messo alla prova a livello divino è l’accettare di non esser solo un essere perfetto, perché nella perfezione assoluta manca l’umanità. L’uomo è per definizione imperfetto. Per riuscire a essere un angelo custode, deve conoscere gli uomini. Così viene catapultato dopo una collisione metafisica e aerea tramite una scala, simbolo dell’ascesa verso il paradiso, in un mondo in cui l’essere più imperfetto di tutti, il clown, che vive dell’immediato e dell’improvviso e si adatta a tutte le situazioni facendo dell’errore gran virtù, gli insegnerà a saper ridere di se stesso.


Navigando nel vostro sito, in particolare nell’area “rassegna stampa“, ho notato molte recensioni in lingua francese.
La tradizione circense in Francia è più radicata?

Sicuramente siamo debitori alla Francia per avere sconfinato oltre le barriere del circo tradizionale, quello degli animali, del clown col naso rosso e del prodotto commerciale per fare felice la gente e basta. La Francia, che ha da sempre un occhio innovativo su tutte le arti, è riuscita a sdoganare un circo che mette in questione argomenti sociali e della vita di tutti giorni. Come già faceva il teatro. La Francia poi si è un po’ chiusa in una forma di spettacolo – quella del nuovo circo – molto introspettiva, un po’ oscura e cupa. Ora noi stiamo ricomponendo e portando in Italia un genere che chiamiamo circo teatro proprio per distaccarci dal nouveau cirque.
Trattare argomenti cupi e tematiche difficili è un pregio, ma siccome si deve coinvolgere tutta la sfera delle emozioni, cerchiamo di dare un finale positivo.
Gli spettacoli sono fatti per costruire, non solo per indagare o per distruggere.

Basti pensare che il rinforzo positivo si ha da quando si è bambini. Impariamo a camminare dopo le cadute, che sono lo stimolo più grande. Quindi penso che lasciare le persone con un po’ di dubbio su quale sia veramente la storia le fa essere parte del racconto.
Però deve finire bene, perché almeno a teatro riusciamo a liberare l’anima. Già la vita reale è un poco pesante: che almeno a teatro si possa sognare.

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