Blog

Elogio della tecnocrazia

di Lorenzo Lazzarini

Pubblicato il

«Oggi ci piacciono i termini ad effetto, ma è solo una nostra deformazione professionale – non incolpateci! C’è pur sempre libertà di parola, in questo paese». Così tuona un po’ presuntuoso nelle sue scuse, il giornalista. Temo però che il giornalista si stia scavando da solo una tomba che prima o poi scoprirà essere la propria, ma questo, per ora, non importa.

Importa però che anche chi parla di cose mondanissime e magari futilissime scegliesse le parole, se non con giustezza, almeno con gusto. È un compito difficile, in effetti, per una categoria professionale che di anno in anno si perfeziona, si costringe pervicace nel suo omicidio premeditato del discorso, dimenticando nella fretta che le parole, e, più fortemente ancora, il modo di parlare, aiutano o impediscono la comprensione degli avvenimenti, la qual cosa è di per sé una posta in gioco molto alta per i cosiddetti uomini liberi, quali crediamo di essere. Abbiamo infatti la possibilità di dire con un linguaggio barocco quanto povero nell’espressione tutto e il suo contrario in poche frasi, eppure qualche volta sembra necessario sforzarsi per dire e dire giustamente.

Dunque eccoci al vero tema dell’articolo: la parola tecnocrazia, o governo dei tecnici, è tornata in questi giorni alla luce come parola sfolgorante, dall’effetto scenico sicuro. La si utilizza, almeno in Italia, per indicare il nuovo governo nominato da Napolitano, con a capo Mario Monti. Perché mai si definisce quel governo con tanta insistenza “tecnocrazia”, il potere dei tecnici – la forza ai tecnici? Perché, banalmente, una serie di ministri e lo stesso primo ministro provengono da ambito universitario (professori, studiosi) e hanno svolto impieghi burocratico-istituzionali di spicco legati alla loro competenza professionale. Cioè non appartengono alla stessa categoria sociale e lavorativa del politico (inteso come professione specifica).

Deduco da questa brillante interpretazione del sentire comune (giornalistico e non) che un uomo non è politico quando esercita l’attività politica, l’attività di dare ordine e guidare la vita del proprio popolo (oggi è più consono dire “lo Stato”) bensì quando è iscritto ad un partito, fa campagna elettorale e presenzia alle trasmissioni televisive inveendo contro qualcuno per qualcosa di sbagliato che ha fatto precedentemente (ma lui, se solo potesse, farebbe diversamente). Perché è questo che, rigorosamente, distingue quei personaggi che sono ora ministri da quelli che prima lo erano; in comune invece hanno l’incarico di gestire le loro prerogative, di regolare con decreti, di stanziare fondi, di favorire e punire secondo direttive – così per accennare qualcosa della loro attività. In comune hanno qualcosa di essenziale, e cioè la modalità in cui esercitano il loro compito, politico.

Non in comune invece hanno fondamentalmente la modalità con cui hanno avuto accesso al loro compito e cioè in seguito ad un mandato non concesso dai cittadini elettori ma dal presidente della Repubblica. Vi è da ricordare che però quanto accaduto è legittimamente permesso dalla pratica democratica, sancita da un voto di fiducia parlamentare (rappresentante formale del popolo). Se siamo ancora formalmente, e dunque sostanzialmente, in una democrazia, in cui vi è una circostanza particolare del tutto prevista dalle norme vigenti, allora non ci troviamo evidentemente in una tecnocrazia, dato che non vi è stato un mutamento sostanziale della legge ed in particolare della costituzione democratica. Certo qualcosa è cambiato, e vi è un’evidenza di questo che travalica le procedure, nonostante non sia ancora (e forse non lo sarà mai) formalizzato nel diritto, ma il problema di come la competenza tecnica sia giunta ad essere legittima per il governo democratico, se vuole essere approcciato in modo adeguato, non va abbandonato ad un giudizio di fastidio o, al contrario, di sollievo rispetto a ciò che vi era prima nella contingente esperienza italiana.

Il tema della tecnocrazia, qui chiamata in causa, si potrebbe sensatamente (e sbrigativamente) porre così: la tecnocrazia, per come è postulata (dato che non vi sono stati nella storia esempi compiuti di tecnocrazia nella storia, che io sappia) è una degenerata concezione moderna di un antico progetto di governo della città, nato in Grecia, che intendeva attribuire il potere politico ai soli che se ne sarebbero potuti servire degnamente, i filosofi. Celebre è l’opera in cui Platone sostiene questa proposta (considerata erroneamente da alcuni increduli un’utopia): la Repubblica. Platone è un filosofo antico, non di meno la sua intelligenza travalica i secoli – probabilmente supera quella degli uomini che vivono oggi – e in questo dialogo sostiene lucidamente che la democrazia è un governo che presto si rivela come fallimentare, ingiusto, corruttore. Difficile è dire in poche righe quanto in profondità Platone veda il male proprio di questa forma di governo. Basterà dire qui che essa è considerata preferibile solo alla tirannide, nella degenerazione temporale dei costumi di una città. Al contrario, la forma migliore del governo, quello che dovrebbe regnare nella cosiddetta kallipolis (la bella città), è quella dei filosofi re, che, essendo gli uomini che più di tutti gli altri hanno accesso alla conoscenza del vero, possono più rettamente di ogni altro amministrare le cose terrene degli uomini e dirigerle al bene.

Accade però in un evo molto più vicino a noi che la filosofia perda la sua fama di più alta conoscenza delle cose, soppiantata da molte discipline confusamente indicate con il nome di “scienze”. Sfiduciata la filosofia, da cui pure esse avevano trovato origine, le scienze dominano il mondo – e lo dominano tutt’oggi, più che mai. Se trovate che sia opinabile una posizione del genere credo vi basterà prestare attenzione al vostro stesso parlare, al metro con cui valutate la bontà o la malvagità di prodotti e servizi, malanni e umori, ogni singolo giorno della vostra esistenza. Anche dove non vi è necessità di scienza, nel nostro parlare prima di tutto, noi ve la portiamo. E’ infatti la scienza il solo metro oggettivo del nostro vivere: possiamo porre in questione tutto, ma non la scienza, a meno di non essere scienziati, e comunque solo sostituendola con altra scienza.

Dunque data questa nuova (ma non troppo) circostanza storica, la prospettiva che fu di Platone muta inevitabilmente il suo cardine, e d’un tratto non servono più filosofi re, quanto piuttosto scienziati presidenti: ovviamente non si intendono qui solo gli scienziati delle scienze tradizionali (fisica, chimica, biologia), anche le nuove scienze umane possono entrare a far parte di questo conciliabolo (sociologia, antropologia, psicologia, e più di tutte, madama economia). Il potere è legittimo solo in mano a chi è competente, a chi conosce come stanno le cose in un certo ambito e dunque in questo ambito può agire al meglio potendo prevedere le conseguenze, senza tra l’altro doversi preoccupare di dover piacere al popolo e di stuzzicarne i desideri e i sogni.

Il motivo d’essere dell’ipotesi tecnocratica – mi pare evidente – è quindi assai più profondo di quello che si possa credere, e potrebbe rivelarsi, sfiduciati che sono gli uomini tra di loro nell’esercizio politico, la soluzione di ogni male. Siete forse contro il sapere rigoroso, voi democratici? Osteggiate forse il progresso e la conoscenza umana in nome di una improbabile libertà – concetto sulla bocca di tutti quanto caro a nessuno? Ebbene, un arguto pensatore seppe indicare la via mezzo secolo fa, forse anche qualcosa di più, e diceva così:

«La democrazia è fallimentare per i mercati. È un sistema lento e litigioso che non sta al passo con i tempi moderni che richiedono invece sveltezza e asservimento ai bisogni dei consumi. Inoltre la democrazia è falsificata nella sua legittimazione dalla comunicazione di massa, dunque non ha speranze di riuscire ad essere compiutamente e di realizzare il progresso che si propone. La soluzione è però davanti agli occhi di tutti, anche se nessuno osa suggerirla per timore della ribellione popolare […]: una monarchia a base tecnocratica. Un uomo forte che guidi lo stato con ministri potenti scelti dalle migliori università attraverso consultazioni […]. Essa è già iniziata […] nell’ambito delle banche di Stato, nei cui ruoli di spicco sono nominati solo eminenti rappresentanti dell’elite tecnico-scientifica. Pertanto arrendetevi alla migliore funzionalità di questo modello, oscurantisti democratici che non siete altro, perché la vostra lotta è vana, il vostro modello fallì nella sua forma migliore ben 2400 anni fa, e la Storia vi ha lungamente sorpassato. È infatti certissimo che la misura di tutte le cose è la funzionalità e sempre più sarà così nel futuro prospero che ci attende».

Diffondi lo spirito Millennial:

12 commenti per “Elogio della tecnocrazia

  • Lorenzo ha detto:

    Mi fa certamente piacere, e comunque se anche fosse, io ho solo un po’ più di “esperienza”, se così si può dire, su certi temi, ma questo non è nemmeno così necessario per una mente attenta, quindi non c’è davvero un “competente” e un “profano” qui…tra l’altro, il tuo ragionamento era esposto ben più chiaramente del mio. Comunque ti anticipo che, sapendo meglio la natura della corruzione che ipotizzavi (il saggio di cui mi hai parlato l’ho appena iniziato a guardare) è certo che a poteri troppo pervasivi e non formalizzati come tali nessun sistema è esente, anzi a maggior ragione in un sistema quale è la fittissima struttura economico-politica globale di oggi. Resta da vedere se si dà effettivamente o non è solo un’illusione il poter ordire trame così pervasive e decisive per le sorti delle nazioni e delle masse a tavolino, controllandone gli sviluppi dall’interno. Io di questo non sono persuaso (ma non ho ancora letto il saggio, appunto).

    Qui invece cercavo di delineare una prospettiva istituzionale ideale che migliora e realizza le linee guida che traspaiono nella attuale oclocrazia, dunque non considerando valutazioni sulla stessa situazione in cui ci troviamo (sennò avrei per primo molto da biasimare): spero che si capisca la differenza! Comunque ne riparleremo sicuramente…

  • Francesco Minotti ha detto:

    Ciao Lori!

    Sono riuscito a leggere il tuo commento! (spero ti farà piacere)
    Però l’ho letto solo ieri e troppo rapidamente, quindi avrò bisogno di un po’ di tempo per riguardarmelo.
    La prima cosa che ho pensato quando ho finito di leggerlo è stata: “Che bello discutere di queste cose con una persona che ne sa ben più di me!”
    Infatti, spesso, le pecche che riscontro nei miei ragionamenti sono dovute proprio alla mancanza di conoscenze specifiche dell’argomento (la logica e i sillogismi non bastano, se manca il contenuto!!).
    Comunque ho già individuato alcuni spunti molto interessanti su cui rifletterò; inoltre mi sono reso conto di aver frainteso, in precedenza, alcuni concetti a cui attribuivo un significato troppo generico e impreciso, e che quindi applicavo a sproposito.
    Bene, bene… ne riparleremo!

    Nel frattempo… Dream Theater arriviamo!! Oh yeah!

  • Lorenzo Lazzarini ha detto:

    Spero di essere stato in queste descrizioni esauriente, pur essendo sicuramente anche molto prolisso e difficilmente leggibile. Rispetto alla struttura politica che delineo mi sembra che essa possa essere corrotta e fallimentare non certo di più, probabilmente di meno, sul lungo periodo, che nel caso dell’oclocrazia, in cui è solo la precarietà e l’incapacità del potere politico derivante dalle masse volubili a limitare i danni esattamente come le virtù. Questo è infatti ciò che la salva dal più totale fallimento come da ogni possibile miglioramento, la mancanza di politiche di lungo corso derivanti da continui cambi di interessi al potere e dalla costrizione continua ad interessi particolari e a promesse elettorali roboanti. Ma questa non è autocorrezione, bensì logoramento sbandato, condotto in direzioni diverse da diversi interessi politici e quindi mai definitivo, ma pur sempre maligno. Quello che per te è l’unico modo di controllare i controllori, il vincolo tra eletto ed elettore, a me sembra invece sia il principale modo per introdurre nel potere politico elementi di corruzione e di continua delegittimazione.

    Qui mi fermo perché vi era una parte conclusiva ma credo che già così sia difficilmente leggibile…figuriamoci se aggiungo altro. Semmai te la manderò in privato, perché ci ho impiegato molto a scrivere tutto ciò che volevo e l’ho scritto ripetendomi molto e in modo poco ordinato. Se riuscirai a leggerlo comunque mi farà piacere!

  • Lorenzo Lazzarini ha detto:

    Già il fatto di ricevere una risposta così lunga ed articolata è un premio all’impegno che ho messo nell’articolo e nella, più lunga, risposta alle tue obiezioni allo stato tecnocratico. A dire il vero inizialmente l’articolo non ambiva ad essere una seria proposta teorica di un sistema, quanto invece una provocazione volta a smuovere qualcosa in chi avrebbe letto, che l’avrebbe spinto a tentare di motivare seriamente l’esistenza del sistema vigente sul piano raziocinante. Così è stato in effetti, perché tu lo hai difeso mirabilmente nei suoi punti cardine. E vista la sfida che mi hai proposto, ho provato ad accettarla, prospettando un modello che resista alle critiche che tu muovi.

    Tuttavia c’è da premettere che non sono d’accordo per varie ragioni con diversi argomenti che hai portato, e più fondamentalmente, lo stesso metodo di procedere che avevo inteso è diverso: infatti quel modello che propongo lo colloco come prospettiva ultima di un evoluzione che è già in corso ed è già presente in molti aspetti fondamentali delle società contemporanee, di cui la politica intesa nel senso ristretto che le riserviamo oggi è solo una faccia, importante ma non più di altre, da almeno 50 anni infatti si è definitivamente conclusa l’era dell’autonomia degli stati.

    Comunque sia, inizio con una provocazione che credo sia utile per chiarire il mio discorso. All’inizio tu sostenevi che se davvero tutto funzionasse perfettamente e i tecnocrati mirassero con efficacia al bene comune, nessun problema si porrebbe, e che l’assolutismo in quel caso sarebbe la forma migliore di potere, e che tuttavia non si dà questo caso perché la corruzione prevale e empiricamente mira ad influenzare il potere e a mantenerlo. In conclusione sostieni invece che non ti piace che altri prendano decisioni senza avere anche tu un qualche potere su di loro, perché in questo caso saresti nient’altro che schiavo. Mi sembra che giustamente questi due piani siano da considerare necessariamente separati, poiché se, per così dire, dal punto di vista di un dio supremo, il sistema funzionasse perfettamente, razionalmente saresti tu, infimo umano (qui accentuo un poco il pathos!) ad essere in errore e sarebbero le tue affezioni particolari propriamente dette a dover essere ricondotte all’ordine adeguato che è quello universale che è instaurato.

    Quindi, quando si discute dell’ordine politico si possono pure adottare questi due punti di vista: lo sguardo dell’uomo passionale, e lo sguardo del dio supremo. Se adottiamo lo sguardo dell’uomo singolo per come l’hai impostato tu è sensato rinnegare la tecnocrazia così come tutte le forme autoritarie, ma, aggiungo io, la stessa democrazia come oggi effettivamente si dà, ovvero, in fin dei conti, come oclocrazia (potere delle masse). Questa parola non la intendo come per rivolgere un insulto o in senso iperbolico, credo piuttosto sia una realtà effettiva e un chiamare le cose col loro nome.

    Comunque sia, partendo dalle tue stesse premesse di un umanità che mira solo ai propri interessi individuali, Hobbes e dopo di lui Kant arrivavano alla conclusione contraria: che appunto vi debba essere un corpo di potere assoluto a cui questi singoli dall’indole becera cedano totalmente la propria capacità di decidere, dunque uno stato in cui lo stato impone il suo volere su tutto, dall’economia alla guerra, dall’educazione alla legge. E’ chiaro infatti che se i cittadini o altri poteri si riservano il diritto formale di resistere ad un potere super partes, quel potere non è più arbitro ultimo. Questo è, detto in modo grossolano il punto da cui muove Hobbes. Detto questo, mi soffermo sul punto di vista del dio supremo, dal quale io giudicavo, e, in certo modo, dal quale anche Platone giudicò. In effetti non si può scampare la domanda su a cosa miri realizzare un certo ordinamento politico, ed è quello in effetti il bene comune che esso auspica: per lo stato liberale il bene comune è nell’impedire agli individui ostacoli al loro libero vivere rendendoli capaci di autodeterminarsi. Il punto fondamentale di obiezione da cui muovevi tu, mi sembra, è quello del controllo del controllore, che nella tecnocrazia non è garantito mentre nella democrazia sì. Su questo non sono d’accordo e cercherò di vedere i vari casi per giustificare l’affermazione.

    Iniziamo con il verificare la resistenza alla corruzione dei due sistemi: la forma democratica fa sì che il cittadino scelga secondo il proprio interesse un suo rappresentante che porti in parlamento le sue istanze e che in questo senso riesca ad influire nei processi politici. Questo dice la teoria, ma dobbiamo stare ai fatti; con questo non mi riferisco solo alle questioni di esperienza storica, di come la democrazia si è dimostrata fallace negli ultimi secoli, ma alla costituzione stessa del processo di elezione politica per come è attualmente organizzato negli stati sviluppati. Di fatto, nella oclocrazia, che è a base rappresentativa e che si trova a dover gestire un ambito molto complesso e vasto nell’esercizio politico, vi è già un ambito di professionisti che si occupa di politica, e sono quelli che con più o meno esperienza hanno guidato la cosa pubblica a livello locale e regionale (non solo, ma diciamo che così sarebbe previsto). La classe dirigente viene così già selezionata e ristretta dai partiti in base a questioni interne, né potrebbe essere diversamente perché serve di fatto una struttura a sé stante per organizzare e formare il professionista politico (credo che quella del cittadino comune che si fa politico senza la minima esperienza e conoscenza di questioni fondamentali odierne quali l’economia e il diritto sia una pura fantasia). La scelta è dunque già in parte costretta da quello che offre il “mercato” (in alternativa c’è l’astensione, che per definizione è azione politica senza effetti a meno che qualcuno nella stessa politica intenda preoccuparsi del fatto dell’astensione.

    Mi sembra che, se gli interessi economici corrompono i singoli, questo avvenga ugualmente nei due casi, in cui i professionisti della politica siano eletti che nominati per altra via (ovviamente io parlo di un livello almeno nazionale, sarebbe già diverso per ambiti più ridotti). Se invece ad essere corrotto è il sistema, ebbene in entrambi i casi non vi può essere un intervento diretto quanto piuttosto indiretto dei cittadini, con proteste e quant’altro, rispetto ad una data situazione, sperando che come effetto il sistema statale si aggiusti da sé. Infatti il potere effettivo e la sua corruzione sta nelle logiche proprie delle istituzioni e i cittadini con il loro arbitrio non possono nulla o quasi, se non affidarsi a qualcuno che rappresenta la loro istanza tramite un voto e che tuttavia di rado può condizionare un sistema, perché il singolo politico, anche motivato onestamente, deve scontrarsi con interessi contrastanti e preesistenti che intanto avranno trovato modi scaltri per radicare il proprio potere (la forma partito è un buon modo per guadagnare interessi nel tempo sulle cariche politiche). Devono stare alle regole del gioco anch’essi, e le regole del gioco sono quelle in mano alla moltitudine dei professionisti della politica (e come potrebbe essere diversamente?).

    Pertanto, secondo questo ragionamento, la corruzione di un sistema, se i singoli sono predisposti, può ovviamente avvenire ugualmente in entrambi i sistemi, ed entrambi i sistemi hanno dei modi per salvaguardarsi dall’instaurarsi di poteri duraturi che logorino l’autorità statale, se vi è una forte intenzione dei singoli di manifestare malcontento e denuncia, ed il sistema di prevenzione non è però il voto degli elettori ma i contropoteri all’ambito politico, quali l’ambito giudiziario e dell’informazione, supportati dal malcontento popolare contro gli abusi esercitati (Basta guardare cos’è accaduto nel periodo berlusconiano come caso tipico; non certo con la politica è stato minacciato l’interesse privato e la corruzione, bensì con altri poteri che detenevano il potere di intervenire propriamente all’interno dello stato liberale, legittimati ma non certo guidati dalla volontà popolare).

    Per concludere su questo punto è da considerare meglio l’aspetto fondamentale del vincolo del politico con il cittadino, altra faccia – quella negativa – del meccanismo di elezione. Da qui in avanti do per scontato che ci troviamo in una società mediamente sana e non di corruzione diffusa. Questo aspetto, del vincolo tra eletto ed elettore è propriamente quello che la tecnocrazia spezza: essa non affida all’arbitrio di chiunque la scelta di chi va posto alla guida politica di uno stato, ma lo affida ad una selezione limitata tra persone competenti che non devono sedurre la popolazione per essere eletti e possono quindi agire secondo ciò che le loro competenze istruiscono essere il bene comune. Attenzione però, non è spezzato con questo il valore effettivo dei cittadini e della loro libera espressione, dunque della società aperta che già di fatto vi è. Soltanto, si vuole relegare la massa, detta volgarmente popolo, al suo ruolo naturale, quello di potenza negativa (secondo l’antica proposta di Hobbes) che minaccia e che influenza di fatto l’agire del sovrano indirettamente (come peso, come forza effettiva e non formale, se non attraverso la costituzione), e consegnare invece nuovamente il potere formale ad autorità che non dipendano dall’arbitrio particolare del singolo cittadino e della sua limitata e manipolabile capacità decisionale (i populisti da sempre sorgono ovunque vi sia questo tipo di vincolo elettorale, e non altrove).
    Certo, si dà il caso in cui il potere economico finisca per influenzare l’agire stesso della politica. Questo è già realtà oggi, nell’oclocrazia, perché il denaro di fatto ha un peso sfuggevole nelle decisioni politiche.
    Nondimeno è più difficile corrompere direttamente chi ottiene l’incarico dopo un lungo servizio di insegnamento e dopo essere stato due volte selezionato (su questo mi spiegherò meglio alla fine). Egli in questa serie di selezioni è stato vagliato a diversi livelli e la sua propensione alla corruzione sarebbe stata adeguatamente, per quanto possibile, indagata (magari dalla stessa magistratura). Inoltre un maggior potere politico, non continuamente costretto a fare i conti con i malumori parlamentari non appena si colpisce l’interesse di qualcuno, sarebbe più duraturo e più efficace anche contro i suoi stessi mali e i mali dello stato, perché non avrebbe niente da perdere a fare ciò, essendo eletto appunto non per rappresentare interessi particolari ma per “governare rettamente”, o per così dire, al meglio delle proprie possibilità per il bene comune, e per una durata limitata.

    Insomma, i principi dello stato liberale nella “mia” tecnocrazia empirica, ricavata dal contesto storico in cui vivo e da quello precedente che ho vagamente studiato, permangono. Il potere ultimo del cittadino è formalizzato tramite una costituzione (che delimita gli ambiti generali del potere esecutivo e del diritto), semplicemente egli non esercita il suo arbitrio sulla politica attiva. In quella costituzione si esprimono le fondamentali istanze del diritto liberale, poi esplicitate nelle esigenze particolari della popolazione dalla magistratura e dall’informazione. In questo modo è garantita una uguaglianza formale nel vivere che non può essere modificata in alcun modo a meno che una netta maggioranza approvi la modifica tramite il parlamento (o in caso questo non ci sia più, tramite un referendum popolare).

    La tecnocrazia (come per le forme costituzionali che vennero teorizzate da Montesquieu) mantiene al suo interno un bilanciamento dei poteri nei rispettivi ambiti (che però non configgono mai direttamente nell’esercizio delle loro peculiarità). Accorpa il legislativo e l’esecutivo, ma mantiene separato questo da quello giudiziario e quello (non formale oggi, ma effettivo) dell’informazione. Aggiungo che, per una fase intermedia tra oclocrazia e tecnocrazia è ragionevole che rimanga un potere legislativo eletto democraticamente come espressione delle proposte dei cittadini e dei loro bisogni. Al parlamento poi si affianca un monarca eletto dal parlamento (che svolge grossomodo il ruolo che ha oggi il presidente della repubblica).

    Il potere esecutivo nello stato tecnocratico avrà pertanto, in questo assetto, due opposizioni interne ed una propriamente immanente. Le due opposizioni interne che sono da sempre alleate sono una, la magistratura (forma anch’essa specifica di tecnocrazia, a ben vedere), e l’altra, l’informazione. L’una può punire il potente secondo il diritto (che è forma di tutela universalistica e che equipara formalmente ogni persona, dunque in questo le caste non si possono creare legalmente poiché mutamenti sostanziali da parte del potere esecutivo richiederebbero l’approvazione di un organo a lui avverso), l’altra secondo il giudizio e l’eventuale rabbia dell’opinione pubblica rendendo eclatante un abuso (non c’è da dimenticare che vi sono, e vi saranno sempre più, poteri sovranazionali e coalizioni internazionali a fare pressione in caso di violazioni palesi, così è stato per esempio per il caso di Berlusconi che difficilmente sarebbe stato cacciato se le pressioni di altre nazioni e di organi sovranazionali non avessero messo pressione all’ intero apparato istituzionale).

    Quello dell’informazione non è un potere da sottovalutare nel mondo d’oggi in cui le informazioni che otteniamo per esperienza personale sono assai limitate, infatti essa da sempre dimostra essere la fittizia ‘pubblica piazza’ dei moderni, e tramite essa prepotentemente vengono sempre gridate le verità comunemente sentite, anche qualora siano false o mal poste. Sul perché informazione e opinione pubblica siano legate così strettamente è difficile dirlo ma facile vederlo: essendo così vitalmente vincolati al pubblico che se ne serve e che ne alimenta il potere i giornali e gli organi di informazione tentano sempre di essere le voci del popolo, riuscendoci più per grazia di mediocrità che per altro.

    Ciò che rimane da dire, la difficoltà immanente al potere del tecnocrate è la sua caducità di carica. Se egli è eleggibile una o forse due volte nella sua intera vita e per una scadenza limitata di tempo (quali possono essere 5 anni), egli accumulerà non più di tanto il potere, né, punto importantissimo, prevarranno logiche dirette di ricchezza per quanto riguarda la sua elezione (non ci sarebbe campagna elettorale e non sarebbe necessario il prorompere di slogan e di false promesse mirabolanti puntualmente deluse nella concretezza del governo, e questo vale per tutte le parti politiche nate all’interno di una oclocrazia).

    A questo riguardo rimane da precisare come avverrebbe l’elezione dei tecnocrati. Non è necessario pensare sistemi articolati, poiché talvolta è perfino più fruttuoso affidare poteri forti e personali ma estremamente caduchi piuttosto che seguire procedure complesse che, da sempre permettono ben di più il patteggiamento e l’infrazione effettiva, pur restando nei cavilli, legali. Poche norme ma ben esplicite impediscono sempre più infrazioni che molte norme oscure.

    Il sistema delle università gestito, come oggi già è, da un apparato istituzionale proprio e dai rettori avrebbe al suo interno un certo numero di professori e ricercatori che dopo aver svolto un loro cursus honorum di diversi anni interno all’università stessa potrebbero, nel momento della nuova elezione del governo tecnocratico, essere scelti dal rettore e proposti in numero di 3 per ateneo (certo questo richiederebbe una riorganizzazione e una riqualificazione degli atenei, o una selezione fra quelli in grado di proporre candidati eleggibili e altri che invece non lo sono) e dall’insieme dei molti diversi candidati che accetterebbero la candidatura (poniamo che siano una ventina) il re sceglierebbe di convocarne qualcuno per poi infine offrire al migliore l’incarico di fondare un nuovo governo tecnocratico, nominando i suoi ministri e sottosegretari. In questo modo la selezione sarebbe doppia, prima nell’ateneo e poi tra i vari atenei (per la cui selezione degli osservatori potrebbero aiutare nell’ardua scelta la personale valutazione del re in carica, che ricordo, sarebbe eletto dal parlamento in una fase intermedia di transizione alla tecnocrazia) permettendo così che lo spirito di partigianeria e altre pecche del nominato possano venire fuori (indagini su di lui, giornalistiche e giudiziarie, ad esempio).

    Dirò anche di più: è proprio perché questi due sistemi (la tecnocrazia e l’oclocrazia) oggi si mischiano, che il male diventa doppio. Infatti l’interesse all’inciucio e alla corruzione è primariamente derivante dal vincolo tra eletto ed elettore a svolgere gli interessi dell’altro, poiché gli è consentito informalmente di favorirsi vicendevolmente: si favorisce con il potere di elezione l’antichissimo voto di scambio che è niente di meno che l’instaurarsi di piccole o grandi lobby nel centro stesso del potere politico e di qui ai poteri tecnocratici già esistenti (vedi i casi che hai citato tu, quello della corte costituzionale italiana o altre cariche istituzionali nominate per interessi particolari, detti favoritismi). Se questo legame è scisso definitivamente invece, più facilmente uno stato inizierà ad essere efficiente, e orientato da uomini, i tecnocrati, il cui potere è attribuito e qualificato dallo studio approfondito della conoscenza scientifica, oltre che dalla capacità decisionale, e che pertanto facilmente, se rettamente utilizzato potrebbe avviare un meccanismo ottimale o almeno discretamente funzionante. Certo è difficile impresa, a partire dall’oggi, in stati come l’Italia, mutare l’ordinamento fino ad avere una forma simile a quella che descrivo, poiché lo stato si regge da lungo tempo su sistemi di mutuo accordo non formalizzato che vigono per costumi secolari. Non di meno, per altri stati europei o extra europei un potere del genere potrebbe essere adeguato: intendo per esempio di Francia, Inghilterra e Germania. Per fare un esempio eclatante, mi sembra che la Cina dal campo opposto del totalitarismo si stia avviando ad una più intelligente forma di tecnocrazia, anche se sicuramente diversa da quella che ho descritto perché appunto collocata nel particolare contesto cinese.

  • Francesco Minotti ha detto:

    Prima di tutto un appunto. Conoscere il Bene Comune o essere esperti in una qualche disciplina chiaramente non implica l’utilizzo a fin di bene di queste conoscenze: la conoscenza di per sé non è né buona né cattiva, dipende poi come la usi. Sono certo comunque che fosse sottinteso: mettiamo al potere i filosofi o i tecnici, sottintendendo che essi poi useranno la loro conoscenza (del Bene Comune o di madama economia) “a fin di bene”.

    Continuando il discorso seguendo questa linea ideale ci sarebbe ben poco da dire: è fuor di dubbio che se esistessero persone di tale tempra morale da essere incorruttibili e ininfluenzabili (nonché grandi esperti della loro materia), la tecnocrazia ma anche (citando Gabri) la dittatura risulterebbero le migliori forme di governo, garantendo una efficienza e una funzionalità mai neppure lontanamente raggiungibili da una democrazia.

    Nella realtà purtroppo non esistono individui siffatti. Anche se esistessero, comunque, sorgerebbe subito un secondo ostacolo che risulta, a mio parere, invalicabile (e anche qui Gabri ha visto giusto!): una volta stabilito di affidare il potere alle persone che più di ogni altra incarnano il perfetto connubio fra competenza e rettitudine bisogna comunque trovarle! In altre parole, come si decide che Tizio ha diritto ad entrare nella stanza dei bottoni, mentre Caio no? Ossia, come vengono eletti questi sedicenti tecnici?
    E’ qui che secondo me non può esistere risposta soddisfacente. Qualsiasi requisito o percorso di selezione formale si introduca per Statuto tramite leggi e codici, potrà sempre essere aggirato o piegato da chi ha interessi e mezzi per farlo.
    Non c’è modo.
    Non c’è momento in cui l’intelletto umano arrivi a sfruttare al meglio le proprie possibilità più di quando si tratti di curare i propri interessi (anche e soprattutto a scapito degli altri).
    La storia recente del nostro paese lo dimostra: ammansimento di giudici fino ai livelli più alti (Corte Costituzionale), sfruttamento di cavilli legali o addirittura di organi istituzionali per scampare alla giustizia… e aggiungo che solo i più stolti possono pensare che mi stia riferendo ad un’unica persona!
    Ora, qualcuno potrebbe stupidamente obiettare: “eh beh, siamo in una democrazia, quindi è ovvio che succedano certe cose, ciò che hai scritto può al massimo essere una critica alla democrazia (in quanto i fatti citati sono accaduti in una democrazia), non certo ad altre forme di governo”. E qui non posso che invitare a guardare i fatti citati per quello che sono nella loro essenza: tentativi riusciti di asservire leggi e norme (pensate per garantire i diritti di tutti) ad interessi del tutto personali. Il fatto che questi esempi si riferiscano ad una democrazia è inevitabile (almeno per le mie limitate conoscenze a proposito di Stati esistenti che -1- abbiano un ordinamento non democratico e -2- in cui ci siano comunque delle leggi che i potenti abbiano bisogno di eludere) ma comunque ininfluente. Infatti una volta scritta in una Costituzione (democratica o meno) o in qualche ordinamento giudiziario, una norma è una norma, punto e basta. In più una legge è e sempre sarà perfettibile, in quanto scritta da uomini: questo significa che lascerà sempre e comunque un margine di manovra a coloro che desiderano aggirarla. Perciò non si capisce il perchè una normativa che regoli l’elezione di un tecnocrate possa arrivare ad un tal grado di perfezione da non permettere forzature, mentre solo le leggi democratiche sono e sempre saranno soggetto di corruzione e partigianeria.
    Faccio un esempio per spiegare cosa intendo per forzature. Immaginiamo di essere per incanto in uno Stato tecnocratico, in cui la Costituzione prescrive che per essere eletto tecnocrate un individuo deve perseguire i requisiti A, B, C… mettetene pure quanti ne volete e anche delle tipologie più disparate e assurde (deve aver conseguito una laurea in Nonsocosa, anzi, meglio due; deve essere almeno professore ordinario in un’Università del suddetto Stato; deve aver pubblicato almeno un tot di articoli, magari citati un altro tot di volte in pubblicazioni di altri docenti; deve aver avuto esperienze nei ranghi più bassi dell’amministrazione pubblica almeno per un tot di anni; deve avere un gradimento statistico nella popolazione superiore al tot%; deve essere alto, biondo e con gli occhi azzurri; deve aver partecipato ad almeno tot puntate di Uomini e Donne… faccio basta così, che comincio a divertirmi troppo). Bene, a questo punto immaginiamo che ci sia un gruppo di potere che gestisce una buona fetta del mercato delle palline di carta e, pianificando il proprio business per gli anni a venire (3-4 anni, ma eventualmente anche decenni e decenni) si accorge che alcune leggi dello Stato che ne regolano l’economia interna sono particolarmente fastidiose per il raggiungimento dei loro scopi. Allora decidono che vanno cambiate!
    “Ah, ma loro non possono!”, direte voi, “noi abbiamo i tecnocrati, persone esperte elette secondo criteri rigidissimi!”. Poveri illusi!
    L’azienda delle palline di carta ha non una, ma ben tre strade possibili davanti a sé. La prima, a breve termine, è corrompere subito un numero sufficiente di tecnocrati. La seconda è far sì che in futuro siano eletti come tecnocrati persone vicine all’azienda, influenzabili o ricattabili. In questo caso, semplicemente, il giro di corruzione è un pelo più lungo perchè si deve far sì che queste persone fidate riescano ad ottenere tutti i requisiti A, B, C… di cui sopra. La terza, che a qualcuno potrà sembrare inverosimile (ma quando gli interessi in gioco superano il migliaio di miliardi, nulla è impossibile!), questo gruppo di potere potrebbe decidere di intraprendere una strategia di lungo corso, mediante la quale manipolare a poco a poco la cultura economica dominante, sia della povera e ignorante popolazione che a livello accademico (e quindi dei tecnici), al fine di convincere tutti che alcune norme, che in realtà fanno comodo solo ai produttori di palline, siano invece a vantaggio di tutti. In questo modo i tecnocrati futuri cambieranno le leggi vigenti a favore dei nostri beneamati pallinari di carta senza neanche bisogno di corrompere alcuno. Chiaramente in quest’ultimo caso siamo un po’ oltre l’immaginazione (o forse no!?!).
    Ad ogni modo, già con le prime due eventualità la bontà della tecnocrazia è sfatata. Anche se ci si inventasse tutti i criteri elettivi che si vuole, per esempio i meriti accademici che tanto oggi vanno di moda e cose simili, non si potrà mai realmente effettuare un test per verificare il discriminante fondamentale: il fatto che una persona voglia effettivamente lavorare per il bene di tutti i cittadini e non solo per una piccola parte di essi. (Aggiungo che oltretutto si riscontrano tutt’oggi casi di nepotismo, raccomandazione e favoritismi nel mondo accademico; provate ad immaginare se poi le Università diventassero la vera anticamera del potere… diventerebbe una vera e propria impresa trovare anche un solo professore che ricopre il suo ruolo per puro e semplice merito!)

    Bene, si dirà: “Bel discorso!” -o forse “che discorso di kakka!”, vabbè…- “Dimentichi però che questo discriminante non è verificato neppure in democrazia!”.
    Verissimo! Infatti, anche se l’elezione dei governanti avvenisse (come avviene oggi) tramite elezione democratica piuttosto che attraverso vincoli legislativi di tipo tecnico, il problema rimarrebbe: i cittadini stessi non possono sapere se un candidato è puro di cuore oppure no, se è manovrato da qualche eminenza grigia oppure no. Ed è proprio così.
    Quindi ci si chiederà: “Allora sotto questo aspetto tecnocrazia e democrazia sono sullo stesso piano?” Sì… e no!
    Sì, perchè in entrambi gli ordinamenti politici corruzione e lobbying sono inestirpabili.
    No, per quanto segue.
    Immaginate ancora di vivere nella tecnocrazia di cui sopra. Oramai il piano dell’azienda delle palline di carta ha preso il sopravvento. E con esso anche le richieste di molti altri gruppi di potere (si tenga a mente che gli interessi di chi ha i soldi, tanti soldi, spesso collimano) sono state soddisfatte! Per via delle leggi che i tecnocrati hanno varato nell’interesse di pochi, la quasi totalità della popolazione è povera e sofferente. E immaginate che voi, che non avete avuto i soldi per laurearvi e diventare tecnocrati voi stessi, voi che avete continuato l’attività di famiglia sicuri che vi avrebbe dato sostentamento per il resto della vostra vita, voi che vi siete dati all’arte perchè disegnavate tanto bene, voi che ve ne siete sempre fregati, fino a questo momento, di chi e come vi governava, voi, proprio voi, facciate parte di questa larga fetta della popolazione che oramai sta morendo.
    Io vi chiedo: cosa potete farci? La risposta è una sola: NULLA!
    Nulla: infatti, miei cari, voi vivete in una tecnocrazia! Chi vi governa lo fa perchè in qualche modo è riuscito a guadagnarsi certi meriti che gli hanno dato automaticamente il diritto di giocare con le vostre vite! Essi hanno il potere per diritto costituzionale e nessuno di voi può farci niente!
    Ma non c’è qualche organo istituzionale di controllo che vigili sull’operato dei tecnocrati?
    Mavalà, prima eravate tanto affezionati ai vostri cari tecnocrati ed ora pretendete anche che ci sia qualcuno a controllarli? Beh, ammesso che la vostra Costituzione preveda qualcosa del genere, questa “commissione del buon governo” non sarà certo formata da qualcuno che risponda a voi, oh inutile plebaglia, e di certo non l’avrete eletta voi, altrimenti si ricadrebbe nella tanto vituperata democrazia, o in qualche suo surrogato. Morale della favola: è sufficiente corrompere anche questa ridicola commissione e il gioco è fatto, la risposta alla domanda di cui sopra rimane sempre e comunque: “nulla!”. In una tecnocrazia il 99% della popolazione è impotente rispetto a ciò che decide (per tutti) il restante 1%. Il fatto che essi siano dei tecnici, ossia persone preparate, che hanno studiato, che ne sanno a pacchi e addirittura a tronchi è, almeno per me, una magra consolazione.
    L’unica via a quel punto è la rivoluzione. Sempre che si riesca ad organizzarla, superando le difficoltà imposte dal bombardamento mediatico (che sarà presente esattamente come in democrazia, e sempre al servizio del potere), la propaganda (che ogni governo corrotto è portato ad instaurare per offuscare le coscienze dei più) e la nota pavidità della gente comune ad offrire il proprio corpo per una causa superiore (è uno dei pochi casi in cui mi è utile prendere ad esempio il cristianesimo…).
    Ebbene… Questa è la tecnocrazia, baby!

    Ora, cosa propone di diverso la democrazia rispetto a quanto appena detto?
    Partiamo innanzi tutto da un’osservazione generale: la democrazia non ha e non ha mai avuto la pretesa di ispirarsi al Bene Comune. In democrazia chi governa NON è tenuto a perseguire questo ideale così elevato quanto sfuggevole e multiforme. Chi governa è semplicemente tenuto a soddisfare le esigenze di chi lo ha votato, ossia della maggioranza degli elettori. Questo principio, in apparenza così elementare, rappresenta, secondo me, un punto di svolta fondamentale rispetto a tutte le altre forme di governo. Non mi dilungo in esempi che dimostrino come sia impossibile in varie situazioni capire cosa sia il Bene Comune. Ne basti uno: improvvisamente diventi il re di uno Stato che deve decidere se entrare in guerra o meno; se entri in guerra e la vinci, il tuo popolo potrà godere del benessere economico per tanti anni, ma in compenso migliaia, per non dire milioni, di vite (fra cui anche quelle del tuo popolo) verranno sacrificate sull’altare di Ares; se non entri in guerra avrai salvato moltissime vite, ma poi nel futuro il tuo paese sarà economicamente sottomesso alle potenze vincitrici. Dov’è il Bene Comune in questo caso?
    La democrazia invece non fa altro che abbassare il livello degli scopi che il governo deve ricercare: non più l’imperscrutabile Bene Comune, ma il più abbordabile Bene della Maggioranza. Che questo sia un bene o un male lo lascio decidere a voi.
    In compenso la democrazia, come tutti sanno, dà al popolo la facoltà di scegliere da chi farsi governare (o da chi farsi fregare, a seconda delle interpretazioni). E’ chiaro che questo porta con sé una serie innumerevole di lati negativi rispetto al modello tecnocratico, se ci si rapporta a criteri di giudizio incentrati sulla competenza, la dinamicità, l’efficienza dell’apparato istituzionale e cose simili. Ne sono consapevole e non c’è bisogno di ripetermelo.

    A mio parere, però, è del tutto inutile continuare a spendersi in ragionamenti e sillogismi astratti, basati sugli ideali di bontà, rettitudine e generosità, qualità che molti pensano siano insite in qualsiasi animo umano. In realtà l’uomo è un essere becero, egoista, personalista, senza scrupoli, e non sono io a dirlo, è la storia che lo urla al posto mio. Pensate solamente alle guerre di conquista che sono state combattute fin dall’antichità, ma anche in epoche più recenti quando migliaia di persone sono state gettate le une contro le altre solo perchè il loro sovrano (per diritto divino, piuttosto che tecnocratico) glielo ordinava. Pensate allo sterminio delle popolazioni amerinde, e più recentemente all’Olocausto. Ma pensate anche ed in particolar modo ai milioni di persone che sono state sfruttate in tutto il mondo durante l’epoca del Colonialismo e poi dell’Imperialismo da parte delle potenze economiche occidentali. Rendetevi conto infine che tutt’ora, mentre state leggendo questo misero commento, ciò sta ancora accadendo in varie parti del mondo per mano di quei poteri finanziari che possono strangolare qualsiasi cosa.
    E’ per questo e non per altro che io odio spendere il mio tempo e i miei ragionamenti a proposito di questioni che hanno come assiomi di partenza quelle qualità che mai hanno caratterizzato l’animo umano.
    Torniamo quindi all’esempio dello Stato in cui la corruzione ha di fatto sfasciato la Cosa Pubblica.
    Abbiamo visto cosa può fare il popolo in una tecnocrazia e lo ripeto: nulla.
    In una democrazia, certo può verificarsi la stessa identica degenerazione. La differenza però è fondamentale: il popolo è chiamato ad intervalli più o meno regolari a far valere la propria voce. Questo è un punto cardine! Questo rappresenta il motivo per cui in una democrazia è molto più difficile una degenerazione totale delle istituzioni verso il ruolo di “scendiletto” dei poteri forti.
    Infatti, nonostante sia fisiologico che, normalmente, ci sia una buona fetta della popolazione che si interessa distrattamente alla vita politica, che se ne frega, che è soggiogata dal bombardamento mediatico, etc., durante il progressivo avanzamento della corruzione e del malaffare all’interno delle istituzioni è plausibile che una fetta sempre crescente della cittadinanza si risvegli e cominci a far sentire la sua voce tramite i rappresentanti che ha eletto e che, quindi, rispondono ai propri elettori. E’ chiaro che questo può non accadere, o accadere troppo tardi, ma è sempre infinitamente meglio del “nulla” a cui i cittadini della tecnocrazia erano irrimediabilmente condannati.
    Un’ultima osservazione: si noti che la strada più sicura per le lobby (e non mi riferisco ai poveri tassisti o farmacisti ma a quelle che contano davvero) di perseguire i propri scopi è proprio il terzo punto fra quelli indicati nell’esempio di cui sopra. Infatti, provando a mettere in pratica il primo o il secondo punto (procedendo cioè con corruzione e malaffare) il rischio di essere scoperti dalla stampa o dai magistrati c’è ed è piuttosto alto. Il terzo metodo invece mette totalmente al riparo anche dagli anticorpi democratici appena descritti.

    Concludendo, datemi pure dell’oscurantista e del misantropo. Non mi importa. La democrazia mi piace anche con tutti i suoi difetti. Una delle cose che odio di più, quella anzi che odio più di qualsiasi altra, consiste nel fatto che qualcuno possa decidere del mio destino senza che io gli abbia concesso questo diritto, anche se costui fosse la persona più sapiente al mondo. Quando infatti qualcuno è privato di questa possibilità c’è solo un modo per definirlo: schiavo! E chi vive in una tecnocrazia, o in una dittatura, o in una monarchia assoluta, o in un qualsiasi ordinamento in cui non può decidere da chi essere governato proprio questo è, nient’altro che uno schiavo.

  • Francesco Minotti ha detto:

    Prima di tutto, bravo Lori!, te l’avevo già detto a voce ma ci tengo a scriverlo anche in un commento.
    Fra l’altro mi piacerebbe leggere la Repubblica di Platone, me lo presti? Magari mi fai anche una lezioncina sui punti più importanti, ne sarei felice (e ti do in cambio una lezione di chitarra gratis 🙂 lol).

    In secondo luogo mi scuso per ciò che sto per fare… avevo cominciato a scrivere una bozza per un commento veloce e ho finito per scrivere quasi quattro pagine di roba. Il fatto è che adesso mi tocca riportarle qui, se te le consegnassi in privato potresti decidere di non leggerle, mentre se te le scrivo qui… (ahah, sono perfidissimo!). In più prevedo che ci sarà anche un seguito, ma più breve, per spiegarti come la penso sulla distinzione fra democrazia formale e sostanziale.
    Perdonami per ciò che sto per fare!!!

  • Lorenzo ha detto:

    correggo: magniloquenti

  • Lorenzo ha detto:

    L’uomo forte può essere re, inteso semplicemente come potere personale a vita o comunque continuativo, o invece elettivo (egli elegge i tecnocrati che poi eleggerà il suo successore, come il nostro presidente della repubblica), anche se perderebbe di stabilità il sistema (ma comunque forse permetterebbe una maggior autocorrezione dello stesso). Inoltre uno stato tecnocratico non esclude la presenza del potere giuridico (che è anch’esso in un certo senso tecnocratico) e quello del potere dell’informazione che anche se difficilmente formalizzabile come tale è un potere de facto. Dunque questi poteri, come suggerisce la costituzione si controbilanciano e non vi è un predominio di qualcuno su qualcun’altro, cosa che toglierebbe perfezione al sistema statale. Solo viene eliminato l’ambito parlamentare e popolare come fonte del potere politico, che è un annoso vaso di pandora, ultimo residuo di tempi superati: insomma si privano di potere gli uomini e lo si cede interamente alle competenze per il benessere di tutti. Questa è la direzione maestra, mi sembra, a cui la formalizzazione si può più o meno adeguare, non per forza deve essere giuridicamente cogente. Che questa sia il completamento della razionalità nella storia e quindi la sua fine (per parlare come gli odiosi e maniloquenti hegeliani) non so, però mi sembra difficile che non si tenda a conformarsi a qualcosa del genere.

  • Alessandra ha detto:

    Quello che mi sfugge è chi sarebbe questo uomo solo:

    La soluzione è però davanti agli occhi di tutti, anche se nessuno osa suggerirla per timore della ribellione popolare […]: una monarchia a base tecnocratica. Un uomo forte che guidi lo stato con ministri potenti scelti dalle migliori università attraverso consultazioni […].

  • Lorenzo ha detto:

    per Gabri: Infatti credo che sia paradossale per un uomo elogiare la tecnocrazia che è di per sè (secondo quello che sostengo) una forma degenerata di potere. E anche il mio è un elogio paradossale. Tuttavia essa si innesta particolarmente bene in stati moderni e tecnologicamente determinati, quali sono i nostri. Per quanto riguarda la modalità di elezione essa è evidentemente tra le più antiche, anche se in un campo del tutto nuovo. Chi ottiene la fama di migliore nel suo campo, egli sarà nominato (un principio adottato in questo governo non soltanto per M. Monti). Ovviamente non è formalizzabile (per ora) una simile procedura. Ma sarebbe in certo modo formalizzabile, concependo l’autorità di competenza come strettamente legata all’università. Cioè, banalmente, alcune tra le migliori università italiane ed estere, di volta in volta propongono professori di grande fama per svolgere compiti politici e un organo politico collaterale (come il presidente della Repubblica) si occupa di una prima nomina a cui succedono le altre da parte del capo del governo. Sarebbe una forma ragionevole e persino adatta, ma non giusta, mi sembra.

    Per Ale: Anche secondo me. Infatti è quello di cui non ho parlato…perché genericamente è accettato dai più che ciò che funziona meglio in un certo sistema organizzato sia certamente l’alternativa migliore. E la scienza intesa come scienza moderna è fondamentalmente ispirata dalla funzionalità: senza il principio di funzionalità (o rasoio di Ockham) essa non potrebbe spiegare molto di ciò che pretende di spiegare. Quindi mi sembra (forse era questo che ti aspettavi :P) che scienza e funzionalità coincidano più che in ogni altra disciplina umana e che allo stesso tempo i più oggi richiedano la funzionalità a soluzione di ogni problema: è il non detto tra i più presenti e vincolanti, per quello che posso conoscere del mondo. Il ché è assurdo, per me, persino odioso, ma è quello che dà ragionevolezza alla tecnocrazia, ed è difficile evitarlo, non dargli ragione, almeno parzialmente. La competenza intesa come funzionalità, è il valore per eccellenza, che manda avanti il mondo 🙂

  • Alessandra ha detto:

    Sono un po’ le cose di cui parlavamo ieri sera. Sono d’accordo sulla gran parte delle cose che affermi circa la nostra libertà vigilata.
    “Siete forse contro il sapere rigoroso, voi democratici? Osteggiate forse il progresso e la conoscenza umana in nome di una improbabile libertà – concetto sulla bocca di tutti quanto caro a nessuno?” e tutta la conclusione, e la “citazione” finale, mi risulta un po’ contraddittoria. Forse perché siamo troppo abituati a far coincidere la scienza con la funzionalità; quindi ciò che sfugge è ciò che renderebbe un uomo solo “forte” più di tutti gli altri se non la funzionalità, ma credo di conoscere già la risposta. 😀

  • Gabri ha detto:

    Bravo Lori, un pezzo in cui mi ritrovo su alcuni discorsi che avevamo fatto…tra l’altro non so se è così, ma forse hai preso spunto anche dalla mia introduzione all’elogio dell’otium. Mi schieravo infatti a favore della tecnocrazia anche se in modo critico verso di essa e non elogiando il governo Monti (come il “gruppetto toscano” pensava, e infatti sono stato mal interpretato). D’altronde chi decide chi farà il presidente-monarca? Chi deciderà quali ministri? La corruzione non si estinguerà mai, soprattutto in un Paese come il nostro. Purtroppo inoltre il confine tra tecnocrazia e dittatura è lieve. Il problema principale non è tanto la forma di governo, sono le modalità di elezione e le persone che ricopriranno la tal carica. Tizio è il più giusto tra gli uomini: ma chi decide che è il migliore? Con quali parametri? Inoltre se veramente lui è il più giusto anche la dittatura sarebbe una forma di governo accettabile. Qui però mi fermo, mi sto addentrando troppo dentro la tua disciplina 😀 Ottimo articolo comunque!

Lascia un commento

Lasciaci un commento

*

error: